Usyk batte Verhoeven con l’aiuto dell’arbitro ma disonora il pugilato

DiMario Salomone

Mag 24, 2026 #Usyk, #WBC

Nell’affascinante e a dir poco insolita location della Necropoli di Giza in Egitto, con le Piramidi a fare da sfondo, il campione del mondo dei pesi massimi Oleksandr Usyk ha sconfitto la leggenda della kickboxing Rico Verhoeven per KO tecnico a un secondo dalla fine dell’undicesimo round, in virtù di uno stop arbitrale vergognoso. Nonostante la vittoria, la prestazione del pugile ucraino, offerta al cospetto di un atleta di un’altra disciplina sportiva, è stata talmente opaca, scadente e lacunosa, da rappresentare un disonore per il pugilato.

Fin dal suo annuncio ufficiale, questo incontro è parso alla stragrande maggioranza degli appassionati e degli addetti ai lavori della boxe una vera e propria barzelletta, un clamoroso mismatch, uno spettacolo circense. Stava invece per tramutarsi in una delle più grandi sorprese di tutti i tempi.

Il buon inizio di Verhoeven, più attivo e propositivo nel corso dei primi round rispetto a un Usyk estremamente cauto e circospetto, non appariva di per sé come un significativo segnale di allarme. Molti, nell’assistere ai primi scampoli del match, saranno tornati con la memoria alla vittoria di Floyd Mayweather Jr sul lottatore di MMA Conor McGregor. In quella circostanza il celebre pugile americano lasciò l’iniziativa al rivale per diversi round, dando l’illusione di essere in difficoltà, salvo poi aumentare progressivamente i ritmi portando McGregor allo sfinimento.

Una strategia analoga, in teoria, poteva essere stata predisposta dal team di Usyk per il pugile ucraino, che regalando le prime riprese a Verhoeven ha avuto modo e tempo di studiarne lo stile peculiare e le movenze poco ortodosse senza rischiare pericolosi colpi a freddo. Il quarto round del resto è parso confermare questa spiegazione: Usyk ha messo a segno due pregevoli montanti sinistri al volto che Rico ha digerito con una certa fatica, perdendo anche il paradenti nella seconda occasione. Apparentemente, il campione del mondo aveva deciso di entrare nel match. E invece no.

I guizzi di Usyk della quarta ripresa sono rimasti episodi isolati, perché dal quinto round in avanti l’ucraino è tornato passivo, abulico e inconcludente. I suoi colpi erano fiacchi e poco esplosivi, la sua difesa disattenta, il suo ritmo drammaticamente blando. Verhoeven ha così potuto approfittarne per incrementare il suo vantaggio, che dopo il giro di boa ha iniziato a farsi davvero preoccupante per il campione.

Rico per la verità non faceva cose epocali: i suoi attacchi erano spesso disordinati e talvolta scorretti, con ampio uso degli avambracci e tentativi continui di schiacciare il rivale contro le corde, senza lesinare spallate. Ma il suo destro, almeno due o tre volte a ripresa, trovava il bersaglio con efficacia. Il suo continuo movimento sulle gambe inoltre impediva al campione di inquadrarlo con facilità.

Il tanto atteso momento della svolta non è arrivato nel settimo, non è arrivato nell’ottavo e non è arrivato nemmeno nel nono round: Usyk sembrava un lontano parente del pugile portentoso ammirato tante volte sui ring di mezzo mondo. A lasciare particolarmente sconcertati era la totale assenza di “urgency” nel suo atteggiamento: l’ucraino non cercava il KO, non caricava i colpi, non ingaggiava battaglia. Il suo sguardo era assente, il suo furore agonistico non pervenuto.

Gli spettatori, sempre più sbalorditi da ciò a cui stavano assistendo, hanno dovuto attendere la parte finale del decimo round per vedere finalmente una reazione d’orgoglio da parte del campione. Usyk ha messo a segno buone combinazioni e Verhoeven le ha sofferte, non al punto da far pensare a un crollo imminente, ma abbastanza da rendere interessanti e incerti i sei minuti che mancavano alla campana finale.

Sei minuti che il campione avrebbe dovuto disputare a tutta birra, alla disperata ricerca del colpo risolutore. E invece, persino durante l’undicesimo round, Usyk non si è scatenato, non ha pressato in modo asfissiante, non è andato all’arrembaggio. A offrirgli dunque l’occasione d’oro di capovolgere le sorti del match ci ha pensato la stanchezza del suo avversario, abituato alla distanza dei cinque round della kickboxing, e inevitabilmente sfiancato da dieci round e mezzo di costante mobilità.

Nella seconda parte dell’undicesima frazione Rico ha perso brillantezza, ha iniziato a fermarsi più spesso davanti all’avversario e quando mancava ormai poco al suono del gong si è fatto sorprendere da un superbo montante destro. L’olandese ha accusato il colpo ed è caduto in avanti, perdendo o forse sputando il paradenti.

Verhoeven, per quanto stravolto, si è rialzato, ha beneficiato di qualche secondo extra di pausa per via della protezione da reinserire in bocca, e ha cercato di resistere fino alla fine della ripresa mentre Usyk lo tempestava di colpi. È stato proprio in quel momento però, che il suo ruolo da “intruso” nel mondo della boxe ha giocato contro di lui.

Forse la testa dell’arbitro Mark Lyson è stata attraversata dall’idea che il decoro della Nobile Arte fosse nelle sue mani e che il suo intervento fosse indispensabile per salvare l’immagine di una disciplina antica e gloriosa. Forse si è sentito in dovere di salvaguardare la legacy di un uomo come Usyk per ricompensarlo delle eroiche gesta compiute in passato. O forse ha sbagliato e basta. Fatto sta che Lyson, un attimo dopo il suono della campana di fine round, ha abbracciato Verhoeven e ha decretato la fine del match. “Un attimo dopo” è poi diventato magicamente “un secondo prima” nel referto ufficiale.

La sensazione che Verhoeven dovesse perdere a tutti i costi e in ogni caso, trova conferma nei cartellini parziali. Al termine del decimo round infatti, due giudici avevano un punteggio di parità, mentre il terzo aveva Rico avanti di appena due punti. Score del genere appaiono condizionati da una profonda sudditanza psicologica, perché trovare cinque riprese vinte da Usyk in questo match è un’impresa davvero titanica.

Quali conclusioni trarre dunque al termine di questo stranissimo evento sportivo? Molti useranno quanto è accaduto stasera per sminuire Usyk, il suo valore e la sua storia e in un certo senso il pugile ucraino se lo merita. Usyk non avrebbe mai dovuto accettare questo incontro: nel farlo si è esposto al rischio colossale di gettare alle ortiche una vita di sacrifici che lo aveva portato con pieno diritto nelle discussioni sui migliori pesi massimi di tutti i tempi.

Io non cado nell’errore di farmi condizionare da una singola serata storta e non metto in discussione il palmares straordinario di un atleta in virtù di un singolo inciampo. Non lo faccio perché è del tutto evidente, ai miei occhi, che Usyk stasera fosse fuori condizione, sia dal punto di vista mentale che dal punto di vista fisico, un’eventualità che non mi aspettavo da un professionista serio come lui, dovuta molto probabilmente all’inesistente curriculum pugilistico del suo avversario e alla convinzione di poter vincere senza affanni.

Nondimeno, questa vittoria stentata, favorita da una decisione arbitrale orrenda, resta una macchia di cui non si potrà non tenere conto, quando Usyk appenderà i guantoni al chiodo, nel pesare la sua carriera e nel confrontarla con quella dei più grandi. Un campione di pugilato non può rischiare la sconfitta contro un kickboxer: l’ucraino, dopo aver onorato tante volte la boxe, questa volta l’ha disonorata.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *