50 anni fa, Ali vs Young: una vittoria molto controversa…

Non c’è nulla di più effimero e pericoloso per un pugile del falso mito dell’invincibilità, specie poi quando è lo stesso pugile a credersi tale, anche fosse per un solo breve istante. Perché è quando l’ego prende il sopravvento che il pugile si fa inerme, o quanto meno vulnerabile, di fronte a qualcuno più motivato e concentrato. La storia della noble art è, a tal proposito, ricorrente, ma soprattutto maestra.

Landover, Maryland. Era il 30 aprile 1976, e i 12.472 spettatori giunti al Capital Center erano accorsi per vedere il solito one man show del campione, Muhammad Ali, pronto a sollevare per l’ennesima volta la cintura di Campione del Mondo. Quella a cui assistettero, però, fu tutta un’altra storia: un uomo pesantissimo che cercava di afferrare un fantasma.

Il fantasma si chiamava Jimmy Young, un peso massimo di Filadelfia dal record ingannevole (17-4-2 all’epoca), ma dallo sguardo tutt’altro che raccomandabile, dotato di una velocità di mani e una mobilità di busto che avrebbero fatto impazzire molti grandi nomi della divisione.

Nel backstage prima del match, non si respirava aria di tensione. Ali, infatti, era reduce da una vittoria per KO contro Jean Pierre Coopman, ma soprattutto dalla leggendaria battaglia di Manila contro Joe Frazier, un incontro che secondo molti addetti ai lavori avrebbe dovuto essere l’ultimo per il campione e sancirne il glorioso commiato, a causa del logorio fisico: “L’entità del danno, del tessuto cerebrale, del tessuto renale; tutto ciò che è accaduto durante quell’incontro è stato quanto di più vicino alla morte si possa provare sul ring”, affermò Ferdie Pacheco, medico di lunga data di Ali. Ma il campione non era pronto per fermarsi, e non lo sarebbe stato ancora per troppo tempo.

Forse per festeggiare di essere ancora vivo e vincente, forse per noia o a causa del suo ego ipertrofico, Ali si era presentato sul ring a 230 libbre (104 kg), il peso più alto della sua carriera fino a quel momento.

“Troppa torta, troppo gelato”, ammise candidamente il campione in seguito. Angelo Dundee, il suo storico trainer, provò a metterlo in guardia con un semplice messaggio: “Remember San Diego“. Un riferimento alla sconfitta subita per mano di Ken Norton nel 1973, quando Ali era giunto impreparato al match. Ma Ali semplicemente non considerava Young un pericolo.

Si disse che Jimmy percepí la leggerezza “mentale” del gigante e la pesantezza del vecchio campione, logoro dopo tante battaglie. Jimmy, 27 anni, sapeva di avere la chance della vita davanti a sé.

Quando suonò la campana, successe l’impensabile. Ali non riusciva a colpire Young con continuità. Il filadelfiano, con mestiere, reattività, un po’ di ostruzionismo e una viscida abilità nel piegarsi all’indietro e schivare, neutralizzava le trame delle combinazioni di Ali: il campione non volava come era solito fare ma soprattutto non pungeva come sempre.
Nel corso del match, per sei volte Young sfidò le leggi del ring infilandosi letteralmente fuori dalle corde per evitare gli attacchi di Ali. Nel dodicesimo round, l’arbitro Tom Kelly lo punì considerando il gesto come un atterramento e contandolo. Ma a conti fatti, quella fu l’unica ombra in una prestazione magistrale dello sfidante.

La frustrazione di Ali era palpabile. Il suo medico personale, il dottor Ferdie Pacheco, notò che i suoi riflessi erano solo al “25-30% rispetto al normale” e che sembrò stancarsi con troppa facilità.

Allo scoccare del quindicesimo round, il Capitol Center trattenne il respiro. A differenza dell’ovazione che accompagnava sempre Ali, questa volta arrivarono anche fischi. La decisione fu unanime per The Greatest. Ma i cartellini, 72-65, 71-64 e 70-68, raccontavano di una vittoria che agli occhi di molti addetti ai lavori non era stata tale. L’Associated Press aveva assegnato il match a Young per 69-66 e per molti quello avrebbe dovuto essere l’unico verdetto possibile.

Secondo le statistiche di CompuBox, realizzate successivamente attraverso la rivisitazione del filmato, la realtà dei numeri fu imbarazzante per il campione: Young mise a segno 222 colpi, Ali solo 113. Per la precisione, 65 jab a 27 e 187 power punches a 86. Ali, semplicemente, non era riuscito a trovare la distanza.

Il New York Times scrisse il giorno dopo che quello era “lo sport più soggettivo di tutti”, sottolineando come i giudici avessero visto quello che volevano vedere, non quello che era realmente accaduto. Ali stesso, in modo sibillino, disse: “Ero in condizioni terribili. È stato un miracolo”.

Quello che Ali chiamò miracolo, fu una terribile delusione per Young. L’uomo che aveva messo in crisi il grande campione non ebbe mai più un’altra chance mondiale.

Pochi mesi dopo, Young avrebbe dato ulteriore prova del suo valore, sconfiggendo per la seconda volta il brutale picchiatore Ron Lyle in maniera nettissima. Poi, l’anno successivo, fu il turno dell’immenso George Foreman di venire imbrigliato, frustrato e addirittura atterrato dal talentuoso pugile di Filadelfia, che quella sera indusse Big George a lasciare il ring per dieci anni.

Una vertiginosa corsa verso la gloria interrotta sul più bello da un altro verdetto controverso, quello che lo vide cedere il passo a Ken Norton nel 1977, prima di intraprendere la via del declino.

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