50 anni fa, la morte cruenta di Oscar “Ringo” Bonavena, idolo assoluto del popolo argentino

Era eccessivo, sfrontato e ribelle, eppure incredibilmente generoso, caparbio e solare, di quelli che illuminano una stanza quando vi entrano. Amava la bella vita, le donne, l’alcol e cacciarsi nei guai, spinto da un’indole scanzonata e irrefrenabile, esattamente come era stato tra le 16 corde. Oscar Natalio “Ringo” Bonavena è stato probabilmente uno degli “outsider” più famosi della storia della boxe, capace di catalizzare l’attenzione di una nazione intera e le luci dei riflettori dei media dell’epoca, nonostante non sia mai arrivato ad indossare la cintura di campione del mondo.

Oscar sembrava venuto al mondo con un destino già tracciato nei tratti del volto. Quando nacque, il 2 settembre del 1942, nel cuore del quartiere popolare di Parque Patricios a Buenos Aires, il padre non ebbe dubbi: quel neonato dal naso rincagnato e i pugni già istintivamente chiusi sarebbe diventato un pugile.

Cresciuto in una calorosa e rumorosa famiglia di origini italiane composta dai genitori e una decina di fratelli, in un mix di dialetti calabresi e ciociari che risuonavano costantemente, Oscar cominciò precocemente a sentire il richiamo del ring: a sette anni la madre, Doña Dominga, gli regalò un paio di guantoni e dei pantaloncini rossi con impresso il nome di Joe Louis. E a carnevale, utilizzando un tappo di sughero bruciacchiato, lo fece “nero”, perché la trasformazione fosse completa.

Il giovane Oscar crebbe robusto, sviluppando spalle e braccia possenti anche grazie al duro lavoro di garzone in una macelleria, dove si imbarcava sulla schiena enormi quarti di carne. Sebbene sognasse il calcio e la maglia dell’Huracán, un grave difetto fisico gli sbarrò la strada: i piedi piatti. Aveva una strana postura e un’andatura anomala, ma sul ring questa si trasformò in un vantaggio in termini di imprevedibilità.

Bonavena era un mancino convertito al destro, dotato di grande solidità, temperamento indomito e colpi carichi come macigni. La sua carriera dilettantistica fu folgorante, subì solo due sconfitte in tutta la trafila, una delle quali però gli costò il pass per le Olimpiadi di Roma 1960 (dove l’oro dei pesi massimi andrà all’italiano Francesco De Piccoli e quello dei mediomassimi a un giovane Cassius Clay).

In seguito, ai Giochi Panamericani del 1963, innervosito dal rivale Lee Carr durante un corpo a corpo, Bonavena morse un capezzolo all’avversario. Rimediò così una squalifica immediata che interruppe bruscamente il suo percorso amatoriale. Il tutto a causa del suo temperamento fumantino.

Per scalare le vette della boxe, il 4 settembre 1965 Bonavena sbarcò negli Stati Uniti. A Times Square, una signora anziana lo scambiò per il batterista dei Beatles a causa del suo taglio di capelli a caschetto. Nacque così il soprannome “Ringo”, un marchio di fabbrica che lo accompagnò per sempre.

Da professionista il suo ruolino di marcia fu impressionante: 68 incontri totali, 58 vittorie (44 per KO). Negli States la sua stella brillò intensamente. Piegò rivali del calibro di George Chuvalo e Billy Daniels, venne sconfitto senza appello da Zora Folley ma seppe poi prendersi la rivincita.

Tornato in Argentina, aveva riempito il mitico Luna Park per la sfida contro il detentore della cintura nazionale Gregorio Peralta. Bonavena vinse il match dopo aver provocato il rivale per settimane, eppure a fine incontro lo invitò a casa di mamma Dominga per mangiare le fettuccine. Peralta rifiutò e Oscar glielo rinfacciò per anni.

Quando poi Oscar incontrò nuovamente, anni dopo, un Peralta ormai sbiadito e in difficoltà economiche, sapendo che una sconfitta avrebbe impedito a Peralta di guadagnare una borsa economica adeguata, sopportò i fischi del pubblico e “giochicchiò” sul ring, nascondendo la sua superiorità tecnica per garantirgli il pareggio.

Oltre a essere un pugile solido e temutissimo, Ringo fu un precursore assoluto del marketing sportivo moderno, uno showman nato che capì l’importanza dei media prima dell’avvento della televisione commerciale. Fuori dal ring, la sua vita divenne un susseguirsi di eccessi: belle donne, abiti d’alta sartoria e anelli di diamanti. Si improvvisò cantante pop registrando il brano “Pio Pio Pa”, scritto da Palito Ortega, che scalò le classifiche vendendo migliaia di copie; cavalcò i palcoscenici teatrali e divenne un volto fisso dei talk show. Ma dietro l’armatura da provocatore, rimaneva il ragazzo di Parque Patricios legato visceralmente a Doña Dominga: ogni domenica, le telecamere e i fotografi argentini si appostavano fuori dalla modesta casa materna per immortalare la sua lussuosa auto parcheggiata lì davanti, dove Ringo tornava puntuale per il pranzo cucinato dalla madre.

La consacrazione globale, ironia della sorte, arrivò attraverso le sue sconfitte più leggendarie. La prima grande epopea fu la doppia sfida contro l’imbattuto “Smokin'” Joe Frazier. Nel loro primo scontro del 1966 al Madison Square Garden, l’americano si presentò con un tabellino immacolato di undici vittorie per KO, ma si trovò di fronte a una montagna insormontabile. Al secondo round, l’argentino giunse vicino all’impresa: atterrò Frazier per ben due volte. Frazier dovette attingere a riserve di energia sconosciute e sopravvisse per miracolo, finendo per vincere ai punti con un verdetto per split decision fortemente contestato dal pubblico. La replica andò in scena due anni e tre mesi dopo a Filadelfia, questa volta con il titolo mondiale in palio. Fu un’altra battaglia spietata senza esclusione di colpi, terminata con un verdetto più nitido a favore di Frazier, ma Ringo non andò mai giù, dimostrando una mascella di granito e confermandosi un peso massimo temibile per chiunque.

Perso il treno mondiale, Bonavena restava comunque l’avversario ideale, credibile e spettacolare, per il rientro in grande stile di Muhammad Ali dopo il suo lungo stop forzato. Il 7 dicembre 1970, le luci del Madison Square Garden si accesero per quindici riprese di un’intensità rara. La vigilia fu una magistrale operazione di guerra psicologica guidata dall’argentino. Nelle conferenze stampa esasperò Ali, chiamandolo pubblicamente “cacasotto” (chicken) per aver rifiutato la leva in Vietnam, provocandolo sul colore della pelle e sul piano personale. Sul quadrato, Ringo tradusse le parole in fatti: al nono round, un micidiale gancio sinistro d’incontro fece piegare le ginocchia ad Ali, portandolo a un soffio dal KO. La resistenza dell’argentino crollò solo al quindicesimo e ultimo round, quando Ali riuscì ad atterrarlo per tre volte, decretando la fine del match per KO tecnico. Prima di quella notte, Ringo non era mai andato al tappeto in tutta la sua carriera. L’Argentina lo accolse al ritorno come si conviene ai grandi eroi popolari.

A metà degli anni ’70, la parabola sportiva di oscar era in declino. L’anagrafe diceva trentatré anni ma sul groppone se ne sentiva il doppio, logorato da una vita di eccessi. Iniziò a frequentare bettole malfamate sorseggiando whisky in mezzo a loschi personaggi, donne di mondo, risse e lampeggianti della polizia ad illuminare le scene.

Oscar finì così a firmare un contratto con Joe Conforte, un ambiguo italo-americano proprietario del Mustang Ranch, il primo bordello legale del Nevada. Fu l’inizio della fine. Il carattere irruento e spavaldo di Bonavena fece sì che il rapporto tra i due si deteriorasse rapidamente. Inoltre Oscar non trovò niente di meglio da fare che intraprende una relazione clandestina con la moglie settantenne di Conforte, Sally, la quale gestiva i contratti del pugile. La donna arrivò a regalargli persino un’auto d’epoca e lo rese co-proprietario di alcune attività. Le tensioni con il mafioso Conforte diventarono così insostenibili: il boss ordinò a Ringo di non farsi più vedere e gli diede i soldi per un biglietto di sola andata per Buenos Aires.

Il 22 maggio 1976, incapace di prendere ordini, abilissimo a cacciarsi nei guai e forse convinto di essere intoccabile, Bonavena si presentò un’ultima volta ai cancelli del Mustang Ranch per “chiarire” la situazione. Non gli venne permesso di entrare, e dalla torre del ranch, Willard Ross Brymer, la guardia del corpo di Conforte, fece fuoco con un fucile d’assalto Remington 30-06. Un colpo al petto uccise Ringo all’istante. La parabola di Oscar Natalio “Ringo” Bonavena si spense bruscamente a 33 anni davanti al cancello di un bordello in Nevada. Un epilogo paradossale per uno dei pesi massimi più carismatici, sregolati e amati della storia della boxe.

Prima che un atleta, Bonavena è stato un fenomeno culturale pop, un provocatore nato e un idolo assoluto del popolo argentino. A distanza di 50 anni da quella tragica notte ci piace ricordarlo così, sorridente, con il suo whisky on the rocks in una mano e un sigaro nell’altra, insolente ed edonista, ma anche incredibilmente sincero e autentico.

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