Intervista ad Efisio Galici, “Il Monzon di Villanova”

Fisico longilineo, potenza esplosiva e fulminante, stile votato all’attacco: Efisio Galici fece sognare la Sardegna e l’Italia intera con i suoi formidabili KO prima che la sua carriera si interrompesse con un’inattesa e probabilmente ingiusta sconfitta. Oggi “Il Monzon di Villanova” compie 69 anni: per festeggiare la lieta ricorrenza ci siamo messi in contatto con lui per fare un tuffo nei suoi ricordi, ripercorrendo le tappe fondamentali della sua entusiasmante carriera sportiva.


A che età sei entrato in una palestra di pugilato per la prima volta e cosa ti ha spinto a cimentarti in questo difficile sport?

Ci sono entrato a 21 anni e a convincermi è stato mio zio, il grande Tonino Puddu. All’epoca mi capitava di litigare per strada e lui mi diceva: invece di fare a botte per strada, vieni in palestra e mettiti alla prova sul ring. Alla fine mi ha convinto e così è iniziata la mia avventura.

Chiunque abbia seguito la tua carriera è rimasto folgorato dalla tua potenza devastante. è una dote che hai scoperto di avere fin dagli esordi oppure l’hai acquisita un poco alla volta attraverso gli allenamenti?

Per la verità è una dote che avevo fin dall’inizio. Ancora prima di entrare in palestra, quando litigavo per strada, mi bastava tirare un pugno e li “addormentavo” (ride NDR). I telecronisti che hanno raccontato i miei match come Rino Tommasi e Franco Ligas mi chiamavano “Il Monzon di Villanova”, perché dicevano che somigliavo a Carlos Monzon, sia nell’aspetto che nelle caratteristiche. Villanova è il quartiere di Cagliari dove sono cresciuto.

Quanti incontri hai disputato da dilettante e cosa ti ha spinto a passare professionista?

Credo di averne fatti una quarantina, forse quarantadue. Sono passato professionista per guadagnarmi da vivere. Quasi tutti lo fanno per guadagnare. Da dilettante comunque mi sono preso le mie soddisfazioni: pur avendo iniziato tardi a boxare sono entrato in Nazionale, dove ho tolto il posto a Romolo Casamonica nei pesi welter. L’ho anche battuto in un combattimento dilettantistico ai campionati italiani, anche se poi non ho vinto il torneo perché mi hanno rubato un match contro un pugile toscano. Fatto sta che i Branchini mi hanno notato e dato che avevo già un’età adatta per passare al professionismo mi hanno fatto una proposta interessante e io ho accettato.

Il 12 luglio del 1986 sei diventato campione italiano mettendo KO in soli due round il lombardo Daniele Zappaterra. Cosa puoi raccontarci di quella notte magica della tua carriera?

E cosa vi posso raccontare? Quando salivo sul ring quello che mi passava per la testa era “O ti picchio io o mi picchi tu, ma preferisco picchiarti io”. Era il mio motto e traduceva alla perfezione il mio modo di combattere. Quella sera, come molte altre volte, ha funzionato alla perfezione.

La conquista del titolo internazionale WBC e le tre difese consecutive della cintura ti hanno fatto scalare le classifiche. Hai accarezzato il sogno di diventare campione del mondo in quella fase della tua carriera oppure eri un tipo con i piedi per terra?

Tenevo i piedi per terra, ma nello stesso tempo sapevo di avere dentro di me quello che serviva per arrivare in alto e per giocarmela con tutti. Non a caso il campione del mondo dei pesi welter Mark Breland non volle affrontarmi. Ci fu una trattativa per organizzare il match ma lui preferì percorrere un’altra strada e l’accordo non si concretizzò.

Il 4 giugno del 1988 la tua ascesa vertiginosa subì un brusco stop quando lo svizzero Mauro Martelli ti sconfisse ai punti con un verdetto controverso nella tua Cagliari, negandoti la gioia del Titolo Europeo. Quante volte hai rivisto il video di quel combattimento? Credi essere stato vittima di un’ingiustizia?

Ho rivisto il video tante volte e sono convinto che mi abbiano rubato il combattimento. Secondo me c’era sotto qualcosa. Lui inizialmente non voleva combattere contro di me, nonostante io fossi lo sfidante ufficiale, ma poi in qualche modo lo convinsero e io penso che lo abbiano tranquillizzato assicurandogli che avrebbe vinto. Penso anche che mi abbiano fatto qualcosa, perché quella sera sul ring non ero il solito pugile. Io avevo l’abitudine di bere il tè prima di ogni combattimento, perché mi dava un effetto eccitante. Quel giorno mi chiesero “Non lo prendi oggi il tè?” e io risposi bruscamente “E a te che c***o te ne importa se mi prendo il tè?”. Quando in seguito ne ho parlato con mio zio Tonino Puddu, mi ha detto che mi avevano fatto lo stesso scherzo che fecero a lui quando combatté per il titolo mondiale negli Stati Uniti. Quella sera non mi sentivo me stesso, ero lento nel portare i colpi, mia avevano messo qualcosa nel tè che mi aveva debilitato. Ma nonostante questo, credo che meritassi il verdetto.

All’epoca del match con Martelli avevi solo 31 anni, ma da allora non sei più salito sul ring. Cosa ti spinse al ritiro? Ti sei mai pentito di non aver proseguito a boxare per ottenere un’altra opportunità?

No, non mi sono mai pentito, perché quello che mi era successo mi aveva fatto capire che nel pugilato c’erano troppe ingiustizie e io mi sono detto che se avessi dovuto combattere per vincere e vedermi assegnata la sconfitta, non ne sarebbe valsa la pena.

Come si è sviluppata la vita di Efisio Galici dopo la fine della sua carriera?

Per un po’ ho vissuto a Taiwan. Lavoravo per una ditta di Milano nel settore dell’elettromeccanica. Giravo per le fabbriche confrontando i preventivi in base agli ordini che mi venivano affidati da Milano e decidevo dove far costruire la merce. Poi quando venivano caricati i container dovevo eseguire i controlli e apporre il marchio di garanzia. Fungevo quindi anche da ispettore. Quando i container poi arrivavano in Italia, la Guardia di Finanza vedeva il marchio e capiva che il carico era stato già controllato e approvato. Se però avessero aperto il container e all’interno avessero trovato merce diversa da quella indicata nei documenti, la responsabilità sarebbe stata mia e mi sarei trovato nei guai, quindi dovevo essere irreprensibile.

Ho provato anche a restare nel mondo della boxe in veste di allenatore, sia nella palestra di Fortunato Manca che all’Accademia Pugilistica Sardegna, ma mi sono reso conto rapidamente del fatto che i ragazzi che venivano in palestra non erano realmente interessati a combattere e quindi ho lasciato perdere.

Ora ho quasi 70 anni e sono in pensione. Sono comunque felice del fatto che ancora oggi per strada qualcuno mi riconosce e si ricorda di quello che ho fatto sul ring. Proprio stamattina, mentre facevo colazione, una persona mi ha detto “Io ti ho già visto”. Io non l’avevo mai visto, ma lui mi ha chiesto se fossi Efisio Galici e io gli ho detto di sì. Evidentemente ho lasciato un buon ricordo.

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