Se si scorre il record di Anacleto Locatelli, detto Cleto, la prima cosa che salta all’occhio è il numero delle sconfitte: quarantuno su centosessantuno incontri disputati tra il 1926 e il 1941. Un dato che, letto con la lente di oggi, farebbe storcere il naso a qualunque appassionato di noble art. Eppure, tra le pieghe di quel record, si nasconde una delle storie più paradossali e affascinanti della boxe italiana: quella di un pugile che Umberto Branchini, Steve Klaus e Roberto Fazi consideravano il più talentuoso italiano di sempre, ma che pagò a caro prezzo la sua arte, la sua ingenuità, un’indole libera e libertina e un’epoca che non perdonava chi non aveva gli agganci giusti.
Nato a Bellinzona il 5 novembre 1906 da genitori italiani e trasferitosi a Milano nel 1912, da bambino Cleto è solito annodarsi degli stracci intorno alle nocche, a mo’ di guantoni: la strada è praticamente già tracciata. Muove i primi passi nella palestra dell’Unione Sportiva Milanese e, dopo la leva, comincia a combattere nel circuito dilettantistico con risultati alterni.
Passato professionista nel gennaio del 1926, brucia le tappe: nel 1929 conquista il titolo italiano dei pesi leggeri battendo Vincenzo Rocchi. La prima difesa, però, si risolve in un brusco risveglio: perde la cintura contro Carlo Orlandi, campione olimpico di Amsterdam 1928. E’ l’inizio di una rivalità che si protrae per un decennio, fatta di sei incontri totali, con tre vittorie di Orlandi, due pari e una sola affermazione di Locatelli.
È il 1930 quando Locatelli decide di lasciare l’Italia per Parigi. Ha due spicci in tasca e la sensazione che Milano gli stia stretta. In Francia, dove il suo nome viene presto abbreviato in “Cletò”, combatte contro nomi veri, avversari di alto livello, e vince. Non ha molte alternative del resto se vuole guadagnare il necessario per vivere. Ben presto il pubblico lo adotta: la sua boxe fantasiosa, le serie velocissime, il dinamismo, l’ostinazione come arma e quel sinistro che ne caratterizza la carriera, lo trasformano in un idolo. In Francia combatte oltre trenta match tra il 1930 e il 1933, perdendone uno solo. Le borse divengono sempre più prestigiose e Cleto apre il suo locale, “Chez Cletò”, sigillando il connubio con Parigi e con la mondanità che animava la capitale in quegli anni. E’ amato, idolatrato e ben inserito nella società parigina dell’epoca.
Il 17 luglio 1932, a Rotterdam, davanti a diecimila spettatori, conquista il titolo europeo dei pesi leggeri battendo l’olandese Beb Van Klaveren. È il primo peso leggero italiano a riuscirci. A dicembre dello stesso anno, dopo due ulteriori match vinti, perde il titolo a Bruxelles contro il belga Francoise Sybille, squalificato per colpi sotto la cintura: una decisione fortemente criticata.
Il 1933 è l’anno dei match che ne consacrano la carriera. Il 27 aprile, alla Royal Albert Hall di Londra, affronta Jack “Kid” Berg, già campione del mondo dei superleggeri e futuro membro della International Boxing Hall of Fame. Locatelli vince ai punti dopo dieci riprese, piazzando i suoi diretti incisivi e non lasciandosi mai travolgere dalle repliche rabbiose dell’inglese. Il 22 ottobre 1933, sul ring allestito a Piazza di Siena, a Roma, nel sottoclou del mondiale dei massimi tra Primo Carnera e Paulino Uzcudun, Locatelli riconquista la cintura europea battendo ai punti il belga François Sybille davanti a sessantamila spettatori. A bordo ring è presente il Duce, suo grande fan, che lo riceve privatamente per congratularsi.
L’ambizione lo spinge a spostarsi in America, dove sogna di divenire campione del mondo con tutto ciò che ne consegue: luci della ribalta, borse ben più ricche, fama e gloria. Debutta a New York il 15 dicembre 1933 contro il grande Tony Canzoneri, uno dei leggeri più forti di sempre. Perde ai punti dopo dieci riprese, ma sono in molti ad averlo visto vincitore, tra cui lo storico giornalista Nat Fleisher, fondatore di “The Ring”. Circa un mese dopo sconfigge nuovamente Jack “Kid” Berg, e in meno di un mese si prepara ad affrontare nuovamente Canzoneri per la rivincita. Il 2 febbraio 1934, al Madison Square Garden i due collidono in uno scontro durissimo. Il verdetto di parità lascia già l’amaro in bocca, ma viene cambiato in vittoria per Canzoneri mentre i due sono negli spogliatoi: oltre al danno, la beffa. Il New York Time critica aspramente l’accaduto.
Molti degli incontri di Cleto in terra americana non risultano nemmeno negli annali: sconfigge Benny Bass, Frankie Click, Fritze Zivic, tutti futuri campioni del mondo. Affronta anche Charley Burley ma l’incontro non viene convalidato.
Eppure, proprio negli anni in cui il talento raggiunge l’apice, iniziano a emergere le crepe. Locatelli è un pugile di tecnica raffinata: velocissimo, con un jab sinistro doppiato da tramandare, e un montante al corpo doppiato col gancio al volto che diviene marchio di fabbrica (precursore di pugili oggi ben più noti). La stampa ne tesse le lodi e ne esalta lo straordinario talento. Ma questo non basta a proteggerlo dalle disfatte.
La frequenza con cui combatte, spesso più di una volta al mese, è oggi inimmaginabile. Il calibro degli avversari, che vanno dai leggeri ai medi, è di livello altissimo. Cleto non gode di protezione e la sua carriera è disseminata di match contro campioni del mondo sfidati in trasferta, avendo contro anche pubblico ma soprattutto giurie facilmente influenzabili. E’ vittima di decisioni discutibili se non, in taluni casi, scandalose.
Poi c’è il fattore umano che contribuisce al suo declino fisico. Cleto è dedito alla bella vita e con il tempo la mondanità gli toglie energie e determinazione. Soffre inoltre di problemi di stomaco che lo assillano costantemente. A trent’anni è già sul viale del tramonto, e le due sconfitte ai punti contro un fenomeno come Marcel Cerdan di più giovane di dieci anni (nel 1938 e nel 1939) sono forse l’ultimo sussulto della sua classe: il franco-marocchino stesso, dopo averlo affrontato, dichiara di aver creduto di combattere contro Satana per molte riprese.
Il logorio si fa ormai sentire. Tornato a Parigi, Cleto diviene un collaudatore di lusso per pugili in rampa di lancio. Ma ormai la sua carriera è avviata verso la conclusione. Combatte fino al 1941 poi, in pieno periodo bellico, chiude la sua carriera. Ma la sorte gli è avversa: durante i bombardamenti tedeschi di Parigi il suo locale viene distrutto, e Cleto si ritrova senza lavoro e senza l’unica entrata a disposizione. Viene inoltre arrestato, seppur per breve tempo, per essere stato ricevuto anni prima dal Duce. I soldi, quelli rimasti dopo la vita mondana e le spese folli, finiscono in breve tempo e le conoscenze di quegli anni si dissolvono come nebbia al sole. Parigi gli ha voltato le spalle. Finisce ben presto solo ed in miseria vivendo in una topaia lungo la Senna e vagabondando come un barbone per le strade, giusto per rimediare qualche soldo per alcol e sigarette.
Viene trovato privo di sensi lungo la Senna e trasferito all’Ospedale di Creteil, fuori Parigi, dove muore il 5 ottobre del 1961, a 55 anni, consumato dagli accadimenti e dalle privazioni. Il suo nome, troppo spesso dimenticato, appartiene ad una ristretta cerchia di pugili che hanno fatto la storia del pugilato italiano. Nel 2021 Cleto Locatelli è stato inserito nella “Hall of Fame” italiana del pugilato come “Pioniere”, un riconoscimento dovuto nei confronti di una figura storica e carismatica della nostra boxe.
