Oleksandr Usyk ha fatto la sua scelta. Prima di appendere i guantoni al chiodo, il fenomenale pugile ucraino, tra i più grandi esponenti della Nobile Arte della sua generazione, scenderà nuovamente nella sua categoria d’origine dei pesi cruiser per cercare di laurearsi ancora una volta campione indiscusso. Una scelta per certi versi suggestiva, ma non priva di grossi rischi, come evidenziato da diversi precedenti storici poco incoraggianti.
Il mondo della boxe ha reagito alla notizia in maniera piuttosto eterogenea. C’è chi si è entusiasmato, pregustando una sfida a cinque stelle tra Usyk e David Benavidez, magari con tutte e quattro le cinture mondiali dei cruiser in palio; ma c’è anche chi ha manifestato forti perplessità, come l’autorevole giornalista americano Cliff Rold, che ha riassunto il suo pensiero con un post decisamente caustico:
“Perché diavolo il re dei pesi massimi dovrebbe scendere di categoria per qualsiasi motivo? Stiamo vivendo l’epoca più stupida della storia della boxe.”
Al di là del fatto che la prospettiva delineata dal pugile ucraino e dal suo team piaccia oppure no, viene spontaneo chiedersi quali siano le sue probabilità di successo, un tema non banale se oltre all’indiscutibile valore tecnico di Usyk e alle sue caratteristiche abituali si tiene conto della sua età anagrafica e della “trasformazione” fisica a cui dovrà sottoporre il suo fisico.
Diciamolo molto chiaramente: l’Oleksandr Usyk del 2018, quello che davanti al pubblico ostile di Mosca disinnescò completamente il devastante picchiatore russo Murat Gassiev sfoderando una prestazione da fuoriclasse assoluto e riunificando tutte e quattro le cinture mondiali dei pesi cruiser, sarebbe nettamente favorito in una sfida contro l’attuale Benavidez.
L’americano è a sua volta un pugile di alto livello, notevolmente cresciuto sul piano tecnico-tattico nel corso degli anni, dotato di tempismo, continuità d’azione e velocità di braccia stupefacenti per un uomo della sua stazza. Entrando nella categoria dei pesi cruiser sembra oltretutto aver trovato la sua dimensione ideale, potendo salire sul ring col pieno delle forze, senza essere costretto a debilitarsi per rispettare i limiti imposti dalla bilancia.
Benavidez tuttavia non possiede il footwork necessario per braccare e mettere in crisi la miglior versione di Usyk. L’americano è infatti un pugile piuttosto piantato sulle gambe, poco rapido nei cambi di direzione e negli spostamenti, motivo per cui è ragionevole ipotizzare che l’incessante mobilità dell’ucraino dei tempi d’oro lo avrebbe disorientato, annullando i suoi punti di forza e rendendolo impotente.
C’è però un grosso però. L’ultima volta che abbiamo visto all’opera Usyk al di sotto delle 200 libbre risale al novembre del 2018 (vittoria per KO su Tony Bellew), vale a dire otto anni fa. Da allora il fuoriclasse di Sinferopoli ha progressivamente incrementato la sua massa corporea, fino a raggiungere il suo massimo (105,8 kg) nel maggio di quest’anno, quando ha sconfitto l’ex kickboxer Rico Verhoeven in Egitto.
Oggi Usyk afferma di pesare tra i 96 e i 97 chili ed effettivamente, guardandolo, si ha la sensazione che negli ultimi mesi si sia alleggerito notevolmente rispetto alle sue ultime performance sportive. Non è quindi affatto inverosimile che l’ucraino riesca a fermare l’ago della bilancia a 200 libbre (90,7 kg) alla vigilia degli incontri che sosterrà nel 2027. Ma rispettare i limiti di categoria non equivale automaticamente a rivelarsi efficiente e brillante sul quadrato.
Da quasi un decennio ormai Usyk si è abituato a calcare il ring portandosi dietro una massa supplementare che non può non aver influito sui suoi schemi psico-motori. Anche nell’ipotesi, tutt’altro che scontata, che il brusco dimagrimento non impatti negativamente sull’esplosività, sulla forza e sulla stamina dell’ucraino, potrebbero esserci scompensi nel timing e nella coordinazione, perché eseguire schivate millimetriche, combinazioni, uscite e rientri muovendo un tonnellaggio significativamente differente richiede automatismi diversi.
A questo occorre aggiungere un altro potenziale problema. Da otto anni a questa parte Usyk affronta avversari più grossi e più lenti di lui. Ciò lo ha condotto, dopo un iniziale periodo di adattamento (tutti ricorderete le incertezze della sua prestazione non eccelsa contro Derek Chisora), ad adeguare la sua boxe di conseguenza, in modo da massimizzare i suoi vantaggi, rendendo ininfluente al contempo il gap in termini di stazza. Opposto a Benavidez quindi, si troverebbe a fare i conti con colpi che, benché più leggeri, partirebbero con velocità e frequenza tripla rispetto a quelli di un Dubois o di un Joshua: un cambiamento di scenario che potrebbe creare non pochi grattacapi.
Se diamo uno sguardo alla storia recente del pugilato, possiamo individuare alcuni esempi che evidenziano in modo piuttosto emblematico i rischi a cui Usyk sta andando incontro. Ne citeremo due.
Quando Roy Jones Jr salì nei pesi massimi per conquistare il Titolo Mondiale WBA e ridiscese immediatamente nei mediomassimi per dare continuità al suo regno nelle 175 libbre, mettendo e togliendo massa in tempi rapidi, innescò il tracollo della sua carriera sportiva, avviandosi sul viale del tramonto. Quando Chris Byrd, dopo una lunga e fruttuosa permanenza nei massimi scese sorprendentemente nei mediomassimi all’età di 38 anni, fu messo brutalmente KO dal modesto Shaun George.
Dobbiamo dunque aspettarci che Usyk vada incontro alla catastrofe, sporcando la sua legacy e regalando ai suoi detrattori la chance di sommergerlo con le loro assurde invettive? Non necessariamente. Dal punto di vista squisitamente tecnico, Oleksandr Usyk ha basi più solide di quelle di Roy Jones Jr, che era protagonista di una boxe istintiva, resa possibile principalmente da qualità fisiche sovrumane. L’ucraino è inoltre un pugile più completo di Byrd e ha anche trascorso meno tempo dell’americano al di sopra del suo peso naturale.
Non possiamo quindi escludere che Oleksandr sappia perfettamente ciò che sta facendo e che abbia dentro di sé le risorse necessarie per compiere l’ennesima impresa sportiva. Alla fine, come sempre, il ring sarà l’unico giudice qualificato ad emettere la sentenza definitiva.
