Sabato scorso Vergil Ortiz Jr, Devin Haney e Adrien Broner, tra gli altri, hanno puntato il dito contro il pugile portoricano Xander Zayas, reo a loro giudizio di essersi arreso nel suo match contro Jaron Ennis invece di continuare a combattere dopo il terzo atterramento subito. Un’accusa falsa, come si intuisce dalle immagini e come conferma chi era presente all’evento, ma che tradisce una cultura malata che accomuna troppi pugili e troppi fan della boxe, convinti che il pugilato, anziché uno sport, sia una guerra all’ultimo sangue.
Partiamo dai fatti contestati. Quando il 23enne Zayas, nel corso del settimo round, ha messo un ginocchio a terra dopo aver incassato l’ennesima raffica di pugni da parte del suo avversario, la sua attenzione è stata immediatamente attirata dal suo angolo, verso cui si è girato mentre l’arbitro iniziava il conteggio. Ben presto anche il direttore di gara si è voltato in quella direzione per poi sospendere l’incontro mentre Zayas annuiva.
Appare dunque piuttosto evidente, e chi ha assistito alla scena dal vivo avvalora questa tesi, che sia stato il team del pugile portoricano a chiedere la fine delle ostilità e che il ragazzo si sia limitato ad accettare la scelta dei suoi secondi. Avrebbe potuto protestare e stracciarsi le vesti, chiedendo a gran voce di far continuare l’incontro? Certo, ma non sarebbe cambiato nulla nella sostanza, se non dal punto di vista scenografico.
Parlare di resa dunque appare quantomeno inappropriato, ma il punto che questo articolo si propone di affrontare non è questo. È convinzione di chi vi scrive infatti, che se anche fosse vero che Zayas sabato sera si è arreso, se anche la richiesta di interrompere la lotta fosse venuta da lui in prima istanza, attaccarlo sguaiatamente e dargli del codardo sarebbe ugualmente stupido.
Il pugile nato a San Juan in realtà si è battuto molto coraggiosamente; forse anche troppo, visto che ha adottato una strategia molto più sfrontata di quella che la maggior parte degli analisti gli avrebbe consigliato, scegliendo di battagliare a centro ring con un pugile dalle mani di marmo come Jaron Ennis.
Nel primo e nel quinto round, Zayas ha subito due atterramenti pesanti, si è rialzato, ha stretto i denti e ha continuato a provarci. Se dopo il montante micidiale messo a segno da Ennis nella quinta ripresa il portoricano fosse rimasto sdraiato sulla schiena a guardare i riflettori del Barclays Center, nessuno avrebbe avuto nulla da ridire. Invece si è tirato su e nel prosieguo del round ha incassato tanti di quei pugni da indurre il medico di riunione a esaminarne le condizioni prima dell’inizio della ripresa successiva.
Il pugilato è uno sport complesso, dalle molteplici sfumature. La sua storia comprende tanti match in cui un pugile apparentemente esausto e destinato alla sconfitta è riuscito a ribaltare la situazione con un singolo colpo ben assestato venendo poi celebrato come un eroe, ma comprende anche, purtroppo, alcune tragedie che si sarebbero potute evitare se l’arbitro o i secondi dell’atleta avessero avuto un atteggiamento più incline alla prudenza.
Nella boxe si cammina su un filo sottile, ed è estremamente difficile restare in equilibrio senza precipitare da un lato o dall’altro, fermando un pugile che è ancora in condizione di rendersi competitivo, oppure lasciando proseguire un pugile che non ha più nulla da dare. Nel primo caso l’essenza stessa della boxe viene calpestata, nel secondo, un ragazzo viene mandato al massacro per la soddisfazione di chi non avrà conseguenze da affrontare.
Come fare dunque per conservare questo difficile equilibrio? Il primo passo, a mio giudizio, è guardare al pugilato come a uno sport. Uno sport duro, talvolta cruento, ma pur sempre uno sport e non una guerra per cui val la pena morire. Entrando in quest’ottica, accettare la sconfitta, quando l’avversario si è rivelato più bravo e quando non ci sono più le condizioni per inseguire il successo senza rimetterci irreparabilmente la salute, non verrà visto come un disonore, bensì come un segno di intelligenza e di lungimiranza.
A questo proposito mi piace ricordare ciò che mi disse una volta l’ex campione del mondo Maurizio Stecca, riferendosi alla scelta di voltare le spalle a Louie Espinoza, quando la sua vista era ormai affidata a un occhio solo e la situazione era diventata irrecuperabile:
“Mentre sentivo l’arbitro che contava, con l’occhio sano vedevo lui che era molto carico e pronto a tornarmi addosso. In quegli otto secondi ho fatto questo ragionamento: ‘Se mi alzo e continuo, rischio che mi chiuda la carriera. Se invece abbandono, il match finisce e poi vedremo se la mia carriera potrà continuare’. Infatti mi sono alzato e gli ho dato le spalle. Dopo due anni sono tornato campione del mondo, quindi penso che per me quella sia stata la scelta giusta.”
Vorrei concludere questa riflessione ricordando a Vergil Ortiz, a Devin Haney e a tutti i pugili in attività che trovano accettabile esprimere sdegno e disprezzo nei confronti di un “collega” dopo averlo visto cadere, che nessuno può prevedere il proprio futuro e che talvolta le parole che pronunciamo con troppa leggerezza possono ritorcersi contro di noi.
Qualcuno lo chiama karma, qualcuno lo definisce giustizia divina, altri parlano di semplici coincidenze, ma non è affatto raro che nel pugilato chi ha infierito poco cavallerescamente su un pugile sconfitto sia stato poi a sua volta oggetto di simili sberleffi. Ricorderò, a titolo di esempio, cosa ebbe l’ardire di affermare Billy Joe Saunders riferendosi al suo connazionale Daniel Dubois, dopo che quest’ultimo si era arreso nel decimo round del suo match contro Joe Joyce per via di una frattura orbitale:
“Se le mie due orbite fossero state rotte, se la mia mascella fosse stata rotta, se avessi perso i denti, se il mio naso fosse stato spappolato, se il mio cervello fosse stato sconfitto, non mi sarei fermato prima di essere messo fuori combattimento o peggio. Non sono d’accordo con un uomo che si inginocchia e lascia che l’arbitro conti fino a dieci”.
Ebbene, tutti sappiamo come questa sciocca dichiarazione sia evaporata sotto i colpi di Saul “Canelo” Alvarez e tutti sappiamo come sono proseguite le carriere dei due pugili britannici negli anni seguenti. Dubois è stato capace di diventare campione del mondo per ben due volte, posizione che ricopre tuttora, mentre Saunders combatte ormai soltanto contro i chili di troppo e le povere lepri del Lincolnshire, cacciate illegalmente da lui e dai suoi compari.
