Intervista a Simone Maludrottu, l’entusiasmante e instancabile “Boom Boom”

Quando l’entusiasmante pugile sardo Simone Maludrottu saliva sul ring, non ci si annoiava mai. Ritmo indiavolato, scambi furibondi, pressing asfissiante e scambi ravvicinati caratterizzavano tutti i suoi match ed erano davvero pochi gli avversari capaci di non farsi sopraffare, col passare dei minuti, dalla stanchezza e dal logoramento causati dall’aggressività dirompente di “Boom Boom”.

Pur avendo messo in mostra parte delle sue qualità negli anni del dilettantismo, che lo hanno visto guadagnarsi la maglia della Nazionale e prendere parte a tornei di assoluto prestigio internazionale, Maludrottu ha compiuto le sue imprese più epiche nel professionismo: un mondo più adatto a valorizzare le sue caratteristiche migliori.

Vincendo una battaglia dopo l’altra, Simone ha scalato tutti i gradini che conducono alla gloria pugilistica, laureandosi dapprima campione italiano e poi campione europeo, ruolo che ha ricoperto per ben tre anni, totalizzando otto difese della cintura senza mai essere detronizzato.

Gli è mancata soltanto la ciliegina sulla torta del Titolo Mondiale, anche perché la sua unica chance lo portò a battersi in territorio ostile contro un grande campione, il giapponese Hozumi Hasegawa, a cui comunque il nostro Boom Boom fece sudare le proverbiali sette camicie.

Per la nostra rubrica sulla “Grande boxe italiana” abbiamo contattato Maludrottu che ha gentilmente accettato di rispondere ad alcune domande sul suo formidabile percorso sportivo.


Come è nata la tua passione per il pugilato?

In verità, ho iniziato per gioco. A 13 anni avevo un amico che praticava la boxe e quindi me ne parlava spesso. Una sera gli ho detto che volevo provarci anch’io. Visto che ero un po’ vivace da piccolo, mi sono detto che forse il pugilato poteva fare al caso mio, così mi sono presentato in palestra e ho conosciuto il maestro Egidio Pellegrino. Appena mi ha visto mi ha chiesto se volessi fare sul serio, se puntassi all’agonismo. Io gli ho detto di sì, che il mio obiettivo era quello di combattere, e da lì in poi ho iniziato ad allenarmi. Ho preso la boxe molto seriamente fin da subito, anche perché il mio maestro mi ha detto chiaramente che avrei dovuto allenarmi tutti i giorni. Il pugilato richiede sacrifici, rinunce e tanta determinazione.

Tu sei famoso soprattutto per i tuoi successi in ambito professionistico, ma anche da dilettante ti sei tolto parecchie soddisfazioni. Quali sono stati i tuoi primi momenti di gloria?

A distanza di un anno e mezzo dal mio arrivo in palestra è arrivato il momento del mio esordio. Ho partecipato ai campionati, che all’epoca si chiamavano “primi pugni” e corrispondevano alla categoria dei novizi. Ho esordito direttamente ai campionati regionali e li ho vinti: due match, due vittorie. Dopodiché ho preso parte agli interregionali ad Acqui Terme, in Piemonte e ho vinto anche quelli. Poi, nella fase finale in Campania, ho perso ai punti in semifinale con un ragazzo che poi ho conosciuto bene in Nazionale, Salvio Di Grazia. Anche lui era molto bravo. In seguito abbiamo partecipato tutti e due ai Campionati del Mondo giovanili a Cuba, io nei pesi mosca e lui nei pesi piuma.

Da dilettante ho fatto circa una settantina di match, quasi tutti vinti. Ho vinto due volte i campionati italiani, mi sono guadagnato la maglia della Nazionale e ho iniziato a prendere parte a tornei di un certo prestigio all’estero, tra cui uno a Budapest, in Ungheria, dove ho vinto la medaglia di bronzo. Lì ho vinto il primo match per KO, dopodiché ho affrontato un pugile canadese che era stato vice-campione del mondo e ho perso ai punti, perché non avevo tanta esperienza. Successivamente, come ho detto prima, ho fatto anche i Campionati del Mondo giovanili a Cuba, all’Avana. Poi sono entrato nell’esercito e ho partecipato ai Campionati del Mondo militari in Texas. Sono stato negli Stati Uniti diverse volte: nel 1997 ci sono stato per il confronto tra l’Esercito e i Marines in North Carolina, a Jacksonville. Lì ho vinto mettendo a segno un KO abbastanza bello.

Cosa ti ha spinto a passare pro a soli 22 anni invece di puntare a un’esperienza olimpica?

Mi andavano strette le tre riprese. Gli incontri finivano e io mi sentivo ancora fresco. Avevo proprio la necessità di combattere su una distanza più lunga, tanto è vero che poi nei combattimenti professionistici spesso venivo fuori dall’ottava ripresa in avanti, era proprio una mia caratteristica. Ero un diesel, carburavo un poco alla volta, poi una volta che spezzavo il fiato riuscivo a dare il massimo. Quindi ero più portato per fare il professionista e infatti il mio maestro me lo ha sempre detto. Oltretutto non mi andava più di tornare in Nazionale: io sono molto legato alle mie radici, quindi stare fuori mi pesava. Passavo troppo tempo lontano da casa e all’epoca ero anche già fidanzato. Quindi mi sono detto: “Rimango qua, faccio il pro e vediamo come va quest’avventura.”

Il tuo primo incontro titolato disputato da professionista è stato quello vinto contro Emiliano Salvini per la cintura tricolore nel 2003. Cosa hai provato nel diventare campione italiano?

Ho provato sensazioni fortissime, perché il mio primo sogno nel cassetto era proprio quello di vincere il titolo italiano anche da pro e sono riuscito a raggiungere quell’obiettivo con tanti sacrifici. Ricordo che andavo a correre tutte le mattine e che facevo tanto lavoro per rientrare nei limiti di categoria, perché per fare i pesi gallo dovevo sempre calare di quattro o cinque chili. Ero disposto a fare molte rinunce perché avevo proprio il desiderio di vincere quel titolo; dovevo vincere per forza, soprattutto per me stesso.

Poi, dopo aver fatto quel match, a sorpresa, il mio manager mi ha proposto subito la possibilità di fare il Titolo Europeo. Io ho conquistato il Titolo Italiano nel 2003 e l’anno dopo ho fatto già il Titolo d’Europa. Mi aspettavo di fare almeno una difesa del Titolo Italiano e invece è saltata fuori quest’opportunità e io l’ho colta al volo, anche se non avevo ancora tanta esperienza nel professionismo. Io però avevo fiducia nei miei mezzi, quindi ho detto “Ci sono, me la sento, proviamoci”, anche perché mi allenavo tanto, ero molto costante e determinato, conducevo proprio una vita da atleta.

Il tuo regno europeo è stato lungo, glorioso e non privo di ostacoli difficili. Alla prima difesa della cintura hai già dovuto recarti in trasferta per affrontare lo spagnolo Karim Quibir. Cosa ti è rimasto impresso di quella battaglia vinta sul filo di lana a Madrid?

Sapevamo da subito che sarebbe stato un match duro, anche se di lui conoscevamo soltanto il record: 25 incontri con 20 vittorie prima del limite. A parte questo, abbiamo accettato di combattere un po’ a scatola chiusa. Non avevo filmati su cui basarmi, all’epoca non se ne trovavano. Quindi siamo arrivati a Madrid sapendo solo il suo record, abbiamo fatto la conferenza stampa e le operazioni di peso e poi, il giorno dopo, si è fatto il match. È stato un combattimento molto intenso, molto duro e sono stato messo alla prova, però grazie a Dio dopo otto riprese sul filo dell’equilibrio, a partire dal nono round, lui ha avuto un calo e io ho preso il sopravvento. I round finali hanno fatto la differenza. Quella vittoria, in virtù della bravura del mio avversario, mi ha fatto capire di poter combattere veramente con tutti in Europa: quel giorno ho preso coscienza del mio valore perché ho superato me stesso. Non è stato un match facile: era il mio primo incontro professionistico all’estero, davanti a diecimila spettatori ostili e contro un avversario valido. Aver vinto mi ha fatto capire fin dove potevo spingermi.

Nella rivincita che hai concesso a Quibir due anni dopo in Sardegna sei stato protagonista di un episodio davvero curioso. Dopo aver atterrato il tuo avversario hai caricato un calcio, fermandoti un secondo prima dell’impatto e chiedendo subito scusa, consapevole del disastro che stavi per combinare. Cosa ti è passato per la testa in quel momento?

È stata la cattiveria agonistica. Quando ho combattuto in Spagna, al termine del match, gli spagnoli, compreso il suo manager, dicevano che l’incontro era stato molto equilibrato e che forse doveva andare in favore di Quibir. Quindi avevo quel sassolino nella scarpa e quella voglia di dimostrare di essere io il pugile superiore. In quel momento ho perso per un attimo la lucidità, ma grazie a Dio sono riuscito a frenarmi in tempo.

La tua opportunità mondiale ha avuto luogo in Giappone, contro il fortissimo idolo locale Hozumi Hasegawa. Nella circostanza, una terribile ferita subita da Hasegawa fu tollerata dall’arbitro e dal medico per gran parte del match e l’open scoring della WBC sanciva già un divario incolmabile e francamente ingiusto dopo otto riprese. Se avessi avuto la chance di giocarti il match della vita in Sardegna credi che le cose sarebbero andate diversamente?

Io penso di sì. Sono arrivato in Giappone otto giorni prima del match e non sono riuscito ad ambientarmi: la notte non riuscivo a dormire e ogni giorno c’era qualcosa da fare, tra conferenze stampa, allenamento in pubblico, pesatura… Quindi sono stati otto giorni pieni di impegni a cui è seguito il Titolo Mondiale. Inoltre ho sofferto tantissimo per fare il peso, perché rientrare nei pesi gallo per me era diventato estremamente complicato: non ce la facevo più. Quindi non ero al 100%, però ho lottato con tutte le mie forze e ci ho provato fino alla fine. Sicuramente se il match si fosse fatto, non dico in Sardegna, ma anche in Inghilterra, in campo neutro, le cose sarebbero cambiate.

Oggi sei ancora pienamente coinvolto nel mondo della boxe nel ruolo di allenatore. È cambiato qualcosa nell’approccio dei ragazzi rispetto a quando eri in attività?

Sì, adesso è diverso. Oggi se fai anche soltanto una piccola sgridatina ai ragazzi, ti girano le spalle e vanno via. Noi prendevamo le nostre strigliate e restavamo in palestra: ci motivavano per fare sempre qualcosa in più. Adesso vedo che i ragazzi sono tutti presi da altre cose ed è molto facile perderli, quindi devi essere più “buono”, tra virgolette. I tempi stanno cambiando e i giovani che vengono in palestra non hanno più voglia di soffrire e di fare grandi sacrifici, ma il pugilato li richiede. Trattandosi di uno sport individuale, è indispensabile avere una certa mentalità e, soprattutto, una certa disciplina.

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