Per due volte il destro devastante di Fabio Wardley ha costretto Daniel Dubois ad assaggiare il tappeto. Ma poi quello stesso destro a cui tutti — angolo, arbitro, medico e pubblico — volevano ad ogni costo dare l’opportunità di scioccare il mondo per l’ennesima volta, si è tramutato nel peggior nemico del pugile di Ipswich. Perché pur di aspettare quel destro, che non è più arrivato, chi aveva il dovere di fermare il match ha esposto Wardley a un autentico massacro.
Lo scenario era quello della Co-op Arena di Manchester — stracolma in ogni ordine di posto per l’occasione — e in palio c’era il Titolo Mondiale WBO dei pesi massimi, elargito a Wardley quando il campione unificato Oleksandr Usyk si è rifiutato di affrontarlo nei tempi prestabiliti. Ad organizzare era la Queensberry Promotions di Frank Warren, che gestisce entrambi i protagonisti del main event.
Nemmeno il tempo di sedersi comodi e Daniel Dubois era già al tappeto! Un gancio destro di Wardley lo ha infatti colpito lateralmente nei pressi della sommità della testa, producendo la classica frustata che può mandare in tilt l’equilibrio. Si è trattato di un “flash knock-down”, di quelli che vengono assorbiti in un attimo, ma ha indubbiamente fatto drizzare le antenne dello sfidante.
Dubois si è rimesso bene in carreggiata nel secondo round, affidandosi ai fondamentali tecnici di base, primo tra tutti il jab sinistro. Ma il suo momento favorevole è durato poco: nel corso della terza ripresa infatti, Wardley lo ha sorpreso nuovamente con una combinazione pesante costituita da un diretto sinistro al mento e da un gancio destro alla tempia. DDD ha perso l’appoggio di una delle gambe e si è saggiamente inginocchiato.
I due conteggi non hanno incrinato lo spirito dello sfidante, che ha continuato a battersi con coraggio approfittando della difesa molto vulnerabile di Wardley, che lasciava un’autentica autostrada ai diretti del suo avversario, assorbendoli però con impressionante tenacia.
Il jab di Dubois, seguito di tanto in tanto da destri secchi e precisi, è dunque diventato stabilmente il protagonista principale della serata. Lo sfidante merita i complimenti anche per come ha usato le gambe: dopo gli errori commessi in occasione dei due knock down, Dubois ha capito l’antifona e ha mandato a vuoto un enorme numero di ganci destri spostandosi all’indietro nel momento giusto.
Dalla seconda metà della sesta ripresa l’incontro si è definitivamente trasformato in una tortura cinese per il campione, ferito al naso e raggiunto con frequenza crescente da colpi tremendi. Minuto dopo minuto il volto di Wardley si è tramutato in una maschera di sangue, con il naso fracassato e un occhio sempre più gonfio e avviato a chiudersi.
È vero che Fabio non ha mai smesso di tentare disperatamente di capovolgere la situazione, riuscendo talvolta ad innescare scambi furibondi, come nel finale del settimo round o nella fase centrale del nono, ma è anche vero che la sua potenza è scemata col sopraggiungere della fatica e che Dubois si rifaceva regolarmente con gli interessi di ogni colpo subito.
Il massacro è andato avanti ancora per diversi minuti, addirittura fino all’undicesimo round, senza che nessuno tra angolo, arbitro e medico (consultato due volte) ravvisassero gli estremi per interrompere l’incontro. Il tutto mentre il sangue di Wardley si spargeva ovunque, dalla divisa del direttore di gara agli appunti dei telecronisti di DAZN. A preoccupare tuttavia, più che l’emorragia, era il body language del campione.
Quando Dubois andava a segno a tutto braccio — e succedeva spesso — lo sguardo di Wardley si spegneva per un attimo, le sue gambe traballavano, il suo intero corpo veniva spostato dall’onda d’urto, prima che orgoglio, determinazione e indole guerriera lo spingessero a rimettersi in posizione e continuare l’ormai insensata battaglia.
Sicuramente il ricordo dei clamorosi KO messi a segno da Wardley contro Justis Huni e Joseph Parker ha avuto un ruolo nell’esitazione avuta stasera da tutti coloro che avevano il potere di dire basta. Ma ammesso e non concesso che il campione, dopo aver incassato tutti quei fendenti, avesse ancora una piccola chance di indovinare il destro vincente, vale davvero la pena mettere a rischio la vita di un uomo nella speranza di vincere il jackpot della lotteria?
Alla fine, con almeno tre riprese di ritardo, l’arbitro Howard Foster ha abbracciato Wardley nel corso dell’undicesimo round, sottraendolo all’ennesima combinazione prolungata di Dubois e decretando così il KO tecnico e il passaggio di mano della cintura.
Il team di Dubois ha giustamente festeggiato con enorme gioia il trionfo del suo pugile e alcuni osservatori si sono entusiasmati per la spettacolarità dell’incontro, ma lasciate che vi dica, con la sincerità che ho sempre cercato di conservare su queste pagine, che oggi la boxe non ha vissuto uno dei suoi giorni migliori.
Nel lontano 1963 Bob Dylan scrisse l’amara canzone “Who Killed Davey Moore”, immaginando le parole con cui tutte le persone coinvolte, a vario titolo, nella tragica morte del pugile americano, avrebbero negato ogni responsabilità per l’accaduto. Arbitro, pubblico, manager, scommettitori, giornalisti e avversario: non era stata colpa di nessuno di loro e ognuno aveva le sue buone ragioni per affermarlo.
Ovviamente mi auguro di cuore che Fabio Wardley si riprenda in maniera completa e totale dai traumi subiti questa sera e che campi in buona salute fino a cento anni, ma nel ripensare ai versi del geniale Dylan non posso fare a meno di pensare che di fronte a incontri simili a quello a cui abbiamo assistito, ognuno di noi debba assumersi l’onere di fare qualcosa.
Nel mio piccolo, ciò che posso fare è scrivere a chiare lettere che lo spettacolo, la vittoria, le emozioni e la gloria non vengono prima di ogni altra cosa. A questo giro, il coach Benjamin Davison e l’arbitro Howard Foster non hanno fatto il loro dovere e c’è da augurarsi che riflettano sul proprio operato.
