Il 24 Gennaio del 1976, esattamente 50 anni fa, il Caesars Palace di Las Vegas divenne teatro di un incontro passato alla storia per la sua brutalità, tanto da divenire match dell’anno e da essere ad oggi l’unico incontro ad avere due round a condividere il titolo di round dell’anno (quarto e quinto). Protagonisti dell’evento furono George Foreman e Ron Lyle, che diedero vita a uno scontro di tale intensità da rendere qualunque descrizione inadeguata. Non me ne voglia perciò il lettore che deciderà di addentrarsi in questo breve racconto: il suggerimento è di godere dello spettacolo visionando uno dei confronti pugilistici più spettacolari di sempre.
Foreman, l’ex campione del mondo detronizzato 15 mesi prima da Muhammad Ali nel celebre “Rumble in the Jungle”, tornava sul ring per la prima volta dopo quella bruciante sconfitta. Aveva dovuto combattere contro la depressione, contro la frustrazione per una sconfitta che nella sua testa non aveva mai nemmeno ipotizzato, contro i familiari che, scoprì, avevano scommesso contro di lui e che gli avevano nascosto la verità sul padre biologico (“Ma il colpo più duro me lo diede mia sorella Gloria: “Non ti sei accorto che sei diverso da noi? Non ci assomigli perché il tuo padre biologico è un altro. Si chiama Leroy Morehood, è un veterano di guerra[1]”). George fece in tempo a conoscerlo poco prima che morisse.
Aveva trascorso parte di quei mesi a Parigi, nella più assoluta dissennatezza, dedito ad acquisti di auto, ville, animali esotici e a numerose avventure sessuali, per altro senza trovare sollievo, pieno di rabbia e rancore. Decise così di tornare sul ring, del resto era tutto ciò che sapeva fare.
A sfidarlo, Ron Lyle. Uno a cui la vita aveva riservato solo durezza, che lui restituiva sul ring sotto forma di pugni. Terzo di ben diciannove tra sorelle e fratelli, un’infanzia tra le gang, una condanna di secondo grado per omicidio (nonostante fosse secondo varie fonti innocente) e una coltellata quasi mortale inflittagli tra le sbarre (per cui dovette subire 36 trasfusioni di sangue). Ron aveva cominciato ad allenarsi in isolamento e, in seguito, aveva imparato a boxare grazie al supporto di Cliff Mattax, direttore sportivo del carcere, che ne aveva intuito il potenziale. Da lì una parabola in costante ascesa che lo aveva proiettato sui ring più importanti del mondo, fino a sfidare Ali nel 1975 per il titolo di campione del mondo dei pesi massimi. Prima di subire il KO tecnico che lo condannò alla sconfitta, all’undicesimo round, era in vantaggio sui cartellini dei giudici. Nonostante la delusione, tornò sul ring quello stesso anno per affrontare il terribile picchiatore Earnie Shavers, arrivando a sconfiggerlo per KO tecnico al sesto round. Quindi fu la volta di Foreman.
Fu breve ma intenso come pochi altri. Cinque round di un durezza vista poche volte, del resto i due, per indole e straordinaria potenza dei colpi, avevano più di un tratto in comune. Sin dal faccia a faccia si intuì che avrebbero dato vita a qualcosa di selvaggio.
Già nel primo round, un gancio destro di Lyle fece traballare Foreman, che si trovò costretto a legare per recuperare. Rincuorato dall’ottimo primo round, Lyle si spinse in avanti ma Big George trovò uno strano sinistro a metà strada tra un montante e un gancio. La potenza del colpo fu tale da stordire Ron, che si rifugiò alle corde dove Foreman lo investì di colpi. Nonostante il minuto e mezzo abbondante e i numerosi colpi subiti, Lyle riuscì a sopravvivere. Ma, sorprendentemente, il round terminò ben un minuto prima per un errore del cronometrista John Worth, che seguì per sbaglio il timer della ABC, network televisivo americano che trasmetteva l’incontro, invece di quello ufficiale.
Recuperate le energie, Lyle riprese nel terzo a scambiare colpi pesanti con Foreman, senza mostrare alcun timore reverenziale. In una fase dalla medio-corta favorevole a George, Lyle riuscì a piazzare in breve tempo tre destri in pieno volto sfruttando un Foreman totalmente incurante della difesa.
Ad inizio quarta ripresa, Lyle centrò Foreman con uno splendido diretto destro. L’impatto fu tale da lasciare stordito George, che si ritrovò ad incassare una lunga serie di ganci intervallata da un montante. Sull’ultimo gancio sinistro George crollò al tappeto. Si rialzò, evidentemente scosso, trovando la forza di legare per rifiatare e recuperare la lucidità, poi scatenò in un sussulto le sue leve colpendo Lyle con due ganci pesantissimi, poi con tre ulteriori ganci sinistri e chiudendo con un gancio destro alla tempia, che spedì Lyle al tappeto. Ron riuscì a rialzarsi ma venne aggredito da Foreman che lo colpì con tutto il suo vigore. Sembrò sul punto di capitolare dopo una serie di ganci sinistri di Foreman, poi approfittò di un secondo di esitazione e rispose con il gancio sinistro, due volte. George si trovò di nuovo in difficoltà. Ron si fece nuovamente sotto, nonostante le gambe lo sorreggessero a fatica, e colpì il rivale con un gancio destro, poi un montante destro e un gancio sinistro alla mascella.
La situazione si era ribaltata. Lyle colpì Foreman con un montante, George reagì con un sinistro ma Lyle rispose con un destro che spedì ancora Foreman al tappeto. Trovò le forze per rialzarsi, in tempo per ciondolare fino all’angolo, salvato dal gong della campanella.
Giunse così il quinto round e George si fece avanti minaccioso, nonostante quanto accaduto pochi secondi prima. Lyle si mostrò aggressivo ma Foreman apparve se non altro lucido e pronto a rispondere. Un gancio sinistro di Lyle colpì per l’ennesima volta Foreman , che barcollò per il ring tentando di legare. Riuscì ancora una volta a sopravvivere, complice anche la stanchezza del rivale, incapace di approfittarne. Subì un ulteriore gancio sinistro che avrebbe abbattuto un toro, ma riuscì in qualche modo a rimanere in piedi. Lyle si appoggiò alle corde, letteralmente sfiancato. Foreman lo colpì con tre jab consecutivi, poi Lyle ebbe l’ennesimo sussulto e lasciò partire un montante destro seguito da un gancio sinistro e poi destro che sembrarono definitivi per le sorti del match. Invece Foreman rimase in piedi, incredibilmente, e trovò le forze per una lunga serie a due mani, con Lyle che finì alle corde, impotente, senza più energie, in balia del rivale. Il numero di colpi fu impressionante e Lyle crollò, lentamente, un centimetro alla volta, verso il tappeto, incapace di rialzarsi.
E’ ormai passato mezzo secolo e i due protagonisti non ci sono più. Ron Lyle è venuto a mancare nel 2011, a 70 anni, per un ascesso gastrico finito in setticemia. George Foreman è invece scomparso l’anno scorso, ma la causa del decesso non è stata divulgata pubblicamente e, nonostante le speculazioni, ancor oggi non si hanno conferme.
Probabilmente è lecito dire che Lyle non fu un pugile eccellente, troppi i limiti tecnici, e che il Foreman di quella notte doveva ancora ritrovarsi dopo Kinshasa. Ma, al di là del contesto e delle circostanze, nel ricordo degli appassionati, lo scontro tra i due rimane un’istantanea indelebile di coraggio, potenza e volontà, la fotografia perfetta di un pugilato senza compromessi o calcoli e per questo ancora oggi amato senza riserbo.
[1]“Pugilato, Foreman: “Vi dico perché quel ko mi ha salvato” di Emanuela Laudisio, La Repubblica.
