Barry McGuigan, il “Ciclone di Clones”, compie 65 anni

L’Irlanda, l’isola smeraldo, è una terra di paesaggi sconfinati attraversati storicamente da tensioni politiche e religiose che ne hanno minato la pace e l’unità. Fu proprio in un contesto di crescenti tensioni che nacque Finbar Patrick “Barry” McGuigan, il 28 febbraio 1961 a Clones, nella contea irlandese di Monaghan, situata nei pressi del confine con l’Irlanda del Nord. Barry avrebbe lasciato un segno marcato, a modo suo, nella storia dei due Paesi e in quella del pugilato.

Figlio del noto cantante Patrick McGuigan, l’infanzia di Barry fu segnata dalle tensioni sociali dei “Troubles” in Irlanda del Nord. Barry descrisse quel periodo come “terrificante”, ricordando come lui e i suoi fratelli dovettero affrontare una realtà fatta di violenza, di morti, di esplosioni:

“Era un periodo terribile nella storia dell’Irlanda e dell’Irlanda del Nord: la gente moriva ogni giorno e la tensione in alcune parti di Belfast era terrificante”.

La figura del padre fu centrale nella sua vita. Pat ebbe problemi di alcolismo, ma ciò non gli impedì di instaurare col figlio uno stretto legame. Fu per Barry fonte di ispirazione, di supporto e di insegnamento. Sostenne la carriera del figlio con orgoglio, accompagnandolo per tutta l’Irlanda per consentirgli di partecipare ai tornei amatoriali. E spesso, prima dei suoi incontri, intonava per lui ed il pubblico “Danny Boy”, tradizione che è divenuta simbolica nella storia dei McGuigan e dell’Irlanda intera. Quella ballata riusciva a far piangere e cantare insieme cattolici e protestanti nelle arene di Belfast e Londra quando qualunque inno avrebbe ottenuto un effetto contrario, divisivo ed esacerbante. I problemi del padre lo tennero inoltre lontano dall’alcol e fecero sì che Barry si concentrasse sui suoi obiettivi di vita.

Barry iniziò a combattere giovanissimo, trovando nella boxe una via di fuga dai problemi che stavano dilaniando la sua terra. L’ascesa di Barry nel mondo del pugilato fu rapida e di successo. Nel 1978, a soli 17 anni rappresentò l’Irlanda ai Giochi del Commonwealth, a Edmonton, in Canada, vincendo la medaglia d’oro nei pesi gallo e attirando l’attenzione degli osservatori per le sue spiccate qualità pugilistiche. Due anni dopo partecipò alle Olimpiadi di Mosca, arrivando agli ottavi di finale, dove venne superato dal pugile dello Zambia Winifred Kabunda. Fu l’ultimo atto della sua carriera dilettantistica.

L’anno successivo debuttò come professionista a Dublino sconfiggendo Selvin Bell per KO tecnico. Era il 1981, e in quello stesso anno sposò Sandra Mealiff, che aveva conosciuto giovanissimo, quando erano ancora due bambini. Il loro matrimonio interconfessionale, lui cattolico, lei protestante, destò scalpore in un’Irlanda del Nord dilaniata dai conflitti. Ma Barry non lasciò che questioni politiche o sociali convergessero nella sua vita e nella sua carriera:

Vivevamo appena oltre il confine, in un posto chiamato Clones. Clones era considerata una città repubblicana e solidale con l’IRA, quindi quello che feci allora era considerato un gesto piuttosto audace. Ma ero risoluto nel non farmi intimidire dall’IRA o da qualsiasi altra organizzazione terroristica. Ricevetti minacce dall’IRA e dovetti avere poliziotti in borghese che mi seguivano come ombre su entrambi i lati del confine per circa un anno o più”.

Il 14 giugno del 1982 McGuigan affrontò il nigeriano Young Ali, vincendo per KO al sesto round. Dopo la sconfitta, Ali entrò in coma. Secondo le parole di Barry, fu trasportato all’ospedale sbagliato, non attrezzato per intervenire, quindi fu spostato nuovamente in un altro ospedale, dove venne operato per un ematoma subdurale. Ma fu tutto inutile. Morì cinque mesi dopo, gettando in una profonda depressione Barry: “Non sapevo se volevo boxare ancora”.

Meditò di ritirarsi ma, nonostante il peso psicologico di quell’incidente, decise di continuare e, nel 1983, divenne campione britannico dei pesi piuma sconfiggendo Vernon Penprase per KO al 2° round.

Quello stesso anno, Barry affrontò e sconfisse il nostro Valerio Nati, per KO al 6o round, divenendo campione europeo. L’incontro fu durissimo, l’atmosfera a Belfast rovente, con più di 7000 tifosi ad incitare l’idolo di casa:

Fu il mio primo tentativo di boxare alla King’s Hall: aveva una capacità di 7.000 posti contro i 1.500 della Ulster Hall. Fu un rischio notevole, ma registrammo un’affluenza enorme e battei Nati al sesto round. Valerio era un ragazzo tosto ed era venuto per combattere. Lo atterrai con un doppio gancio sinistro al corpo e, non appena si rialzò, gli fui subito addosso, atterrandolo una seconda volta con un altro gancio sinistro al corpo; non riuscì a continuare e fu contato out”.

Nonostante la sconfitta, Nati trovò ad aspettarlo al rientro in albergo un folto gruppo di tifosi irlandesi, pronti a celebrarlo per il coraggio con cui aveva affrontato Barry. Ma questa è un’altra storia.

L’ascesa di Barry proseguì l’anno successivo, a suon di KO. L’unico che riuscì a portarlo ai punti, uscendone comunque sconfitto, fu Juan Laporte. Barry era un pressure fighter implacabile, capace di accorciare le distanze e lavorare al corpo con una ferocia rara. La potenza dei colpi e la sua capacità di colpire in modo significativo con entrambe le mani gli permisero di giungere, nel 1985, ad affrontare a Londra, davanti a 27.000 spettatori, il leggendario Eusebio Pedroza, per il titolo mondiale WBA dei pesi piuma, cintura che Pedroza deteneva da ben 7 anni. Questo il ricordo vivo nella memoria di Barry:

Pedroza si lanciò al centro del ring e cercò di farmi arretrare. Io lo affrontai subito e impostammo il tono del match. Fu una battaglia per cercare di controllare il centro del ring. Sapevo che non avrei avuto alcuna possibilità di vincere se non fossi riuscito a respingere Pedroza e a tenerlo sotto pressione. Così, per i primi 6 round, fu una vera battaglia di volontà: io che cercavo di forzare Pedroza all’indietro e lui che cercava di controllare il centro. Fu una lotta incessante finché non atterrai Pedroza verso la fine del 7° round. La folla impazzì quando Pedroza finì al tappeto, ma quando si rialzò, combatté con tutte le sue forze. Tuttavia, per me quello fu il momento cruciale dell’incontro”.

Barry riuscì a prevalere nettamente ai punti, per decisione unanime, dopo 15 riprese che lo consacrarono campione del mondo.

Fu portato prima in trionfo dal pubblico astante, successivamente in una passerella pubblica per le strade di Belfast, che attirò centinaia di migliaia di sostenitori. Fu l’apice della sua carriera, culminato con la nomina a BBC Sports Personality of the Year, riconoscimento per la prima volta assegnato ad un atleta non nato nel Regno Unito.

Nel 1986 Barry difese il titolo due volte, contro Bernard Taylor e Danilo Cabrera, prima di volare a Las Vegas per affrontare lo statunitense Steve Cruz.

L’atmosfera era del tutto surreale: era giugno e il match si svolse all’aperto, nel parcheggio del Caesars Palace, sotto un sole cocente e una temperatura infernale. McGuigan, stremato dal calore e dalla disidratazione, crollò nell’ultimo round e perse il titolo ai punti. Venne ricoverato d’urgenza in ospedale subito dopo l’incontro per essere reidratato:

Fu un errore combattere all’aperto a giugno a Las Vegas. Il mio manager Barney Eastwood è morto ora, e sarebbe sbagliato parlare di lui in termini negativi perché molto di ciò che ha fatto è stato eccezionalmente buono. Tuttavia, quello fu un errore di cui mi ritengo ugualmente responsabile. Semplicemente, non avrei mai potuto rendere al meglio in quelle condizioni: faceva un caldo ridicolo e appassii nell’ultimo quarto del match. C’erano quasi 49 gradi (120°F) a bordo ring. Un mio caro amico, Padre Brian D’Arcy — un sacerdote molto rispettato in Irlanda che scrive per un quotidiano nazionale — era a bordo ring quel giorno e racconta sempre di come la sua penna si stesse sciogliendo mentre cercava di scrivere il suo pezzo… Si potrebbe obiettare che fosse altrettanto dura per il mio avversario Steve Cruz, ed è vero, ma lui veniva da Fort Worth, in Texas, che ha temperature simili a Las Vegas, ed era di origine messicana: è giusto dire che fosse molto più abituato a quelle condizioni di me. Ma fu un errore nostro (mio e di Barney). Inoltre, io vincevo la maggior parte dei miei incontri con una pressione implacabile e combinazioni potenti, cosa che in quell’occasione mi si ritorse contro a causa del clima. Incredibilmente, ero ancora in partita fino all’ultimo round, ma fui atterrato due volte nella 15a ripresa e persi il match proprio a causa di quei due atterramenti. Vi assicuro che non ero ferito o stordito dai colpi; ero semplicemente così esausto che non riuscivo a stare in piedi, ma sapevo di aver perso il titolo mondiale”.

L’anno successivo morì il padre Pat. La sua carriera entrò così in una fase discendente, segnata anche dalla rottura con il manager Barney Eastwood.

Tornò quindi sul ring nel 1988, sotto la gestione del promoter Frank Warren, vincendo tre incontri per KO. Ma l’anno successivo, dopo una sconfitta contro Jim McDonnell, si ritirò definitivamente con un record di 32 vittorie, di cui 28 per KO, e 3 sconfitte:

Affrontai Jim  in un match di eliminazione finale per il titolo mondiale, ma riportai un brutto taglio sopra il sopracciglio e l’arbitro fermò l’incontro. Decisi lì per lì di ritirarmi dalla boxe, andandomene con le mie facoltà fisiche e mentali intatte, e non mi sono mai pentito”.

Dopo la carriera pugilistica, la vita di Barry McGuigan è stata caratterizzata da un’intensa attività nel mondo dei media, della promozione sportiva e dell’impegno sociale.

Oltre ad aver fondato la Cyclone Promotion, con cui ha gestito a lungo la carriera di Carl Frampton, Barry è stato consulente di Daniel Day-Lewis nella realizzazione del film The Boxer, curando le coreografie dei combattimenti. È inoltre un apprezzato commentatore pugilistico per vari network di fama mondiale.

Nel 2019 ha peso la figlia Danika per un cancro al colon.

La vita di Barry McGuigan è letteralmente un mosaico in cui si intrecciano momenti storico-politici, fatti cruenti, conflitti sociali e gesti simbolici. Nel mezzo, la carriera pugilistica e la vita privata di Barry, che ha attraversato la storia irlandese con dignità e una forza di volontà tale da essere oggi ricordato come un simbolo di tenacia, di successo e di fratellanza.

Nel giorno del suo 65° compleanno cogliamo l’occasione per fargli i nostri migliori auguri di buon compleanno, ringraziandolo per il sostegno e per averci concesso la possibilità di conoscerlo meglio attraverso le sue parole.

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