Intervista a Davide Greguoldo sul Mondiale di Oliha e non solo

Sono passate poco più di tre settimane dalla sfida di Dublino valida per il Titolo Mondiale IBF dei pesi medi che ha visto il nostro Etinosa Oliha, affiancato dal suo coach di lunga data Davide Greguoldo, tentare senza successo di smentire le quote degli allibratori contro l’idolo locale Aaron McKenna.

Dopo aver lasciato calmare le acque, noi di Boxe Punch ci siamo messi in contatto proprio con il maestro Greguoldo, che si è prestato gentilmente a una lunga e piacevole chiacchierata telefonica, discutendo con franchezza e con dovizia di particolari degli aspetti tattici, tecnici e caratteriali che hanno contraddistinto la sfortunata trasferta irlandese.

Ecco a voi l’intervista completa, in cui si è parlato anche di Alessio Lorusso, altro pugile di spicco seguito da Davide, e che si è conclusa con un’articolata e interessante riflessione sulle cause dal gap tra il pugilato professionistico italiano e quello praticato con maggior successo in altri Paesi del mondo.


Affrontiamo subito il tema caldo che ha tenuto banco nelle discussioni tra appassionati italiani di boxe nelle ultime settimane, ovvero la sfida di Dublino tra Aaron McKenna ed Etinosa Oliha, rivelatasi amara per i nostri colori. Cosa è andato storto secondo te?

Noi avevamo un piano tattico abbastanza obbligato, nel senso che, andando a combattere in Irlanda contro un irlandese, che oltretutto è anche un pugile molto forte, dovevamo fare necessariamente un match dispendioso, cercando di accorciare la distanza.

Quello che posso dirvi è che McKenna è stato molto bravo a sfruttare le sue caratteristiche e a imporci un tipo di match difficile. Legava in maniera molto furba dalla corta distanza per impedire a Eti di scaricare i suoi colpi. Sicuramente Eti si è un po’ innervosito per questo motivo, perché lui è un pugile che è abituato a dettare i ritmi. Invece McKenna è stato molto bravo a ribaltare completamente la situazione. Il problema è che se fossimo andati lì e avessimo fatto gli attendisti contro un pugile che ha un allungo del genere, il match sarebbe comunque scivolato verso la sua parte.

Forse il fatto che il giorno prima ci hanno detto che sul ring ci sarebbe stato un arbitro irlandese, mentalmente non ha aiutato. Noi sapevamo che i tre giudici sarebbero stati un polacco, un irlandese e un italiano, quindi su quel versante eravamo tranquilli, ma il giorno prima del match, al momento della scelta dei guanti, abbiamo scoperto che l’arbitro era irlandese. Probabilmente non sarebbe cambiato niente, perché McKenna è stato bravo, però forse quella notizia ha condizionato leggermente Etinosa sul piano mentale. Sul ring vedevo che richiamava spesso noi quando era lui che legava.

Però questa non è una scusa, non è per questo che abbiamo perso il match, ci mancherebbe. Secondo me l’altro è stato semplicemente più bravo. Non è sempre necessario trovare un motivo particolare per una sconfitta. Secondo me McKenna quella notte è stato più bravo di noi, ha portato il match dove voleva lui. Ha fatto il lavoro giusto dalla lunga e dalla media distanza e quando ne ha avuto l’occasione ha caricato bene i colpi. Anche con il gioco di gambe ha messo in difficoltà Eti. Noi magari non siamo stati abbastanza bravi nel cercare di cambiare velocemente il nostro piano tattico in corso d’opera, anche se, lo ripeto, non è che avessimo tante alternative: dovevamo fare per forza un match d’attacco. Credo che Eti ci abbia messo il cuore, è stato sempre propositivo.

A questo proposito voglio chiederti un parere sulle parole dell’ex campione del mondo Patrizio Oliva, che è stato piuttosto duro nei confronti di Oliha, accusandolo di non aver avuto “gli occhi della tigre” e di essersi accontentato di arrivare alla campana finale. Cosa ne pensi?

Non credo che sia così, Eti ci ha provato. Purtroppo forse, quando si è reso conto che il match era scivolato via, si è un po’ demoralizzato. Io però ho visto che Eti ha sempre cercato lo scontro, non ha girato per il ring cercando di portare a casa la pelle. Ha sempre cercato di avvicinarsi all’avversario, ha provato a fare il match, ma McKenna ha fatto bene il suo. Secondo me bisogna anche ammettere quando l’altro è stato più bravo.

Erano decenni che un italiano non disputava un Titolo Mondiale dei pesi medi per una delle sigle più importanti del pugilato come l’IBF. Essere arrivati lì, con una promotion così importante come Zuffa Boxing, con un’organizzazione così grandiosa, è stato già un privilegio. Credo che la motivazione ci fosse tutta, non è che uno arriva lì e si accontenta: a quel punto te la giochi fino in fondo.

Eti non ha mai fatto dei match in cui si è accontentato. Era molto amareggiato per il fatto di non riuscire a esprimersi, di non riuscire a fare quello che voleva fare. Poi per carità, Patrizio è stato un grande campione, quindi avrà sicuramente ragione lui, però io non leggo mai i commenti sui social perché dico sempre che bisognerebbe trovarsi sul posto: bisognerebbe essere lì e vedere cosa succede in quel momento, capire la situazione. Da casa sembra tutto facile, poi quando sei lì basta poco e tutto cambia.

Rispetto agli esordi da professionista Etinosa ha indubbiamente vissuto una considerevole evoluzione, che però non si è rivelata sufficiente per realizzare il sogno mondiale. Secondo te il ragazzo ha ancora margini di miglioramento? Se sì, in quali settori?

Secondo me può crescere in termini di esperienza. Io credo che questo match, pur essendo terminato con una sconfitta, gli servirà. Alcune volte una sconfitta può servire a crescere più di una vittoria, anche se ovviamente dispiace che sia arrivata proprio quando in palio c’era un titolo mondiale.

Sicuramente dal punto di vista caratteriale migliorerà ancora tanto. Sono sicuro che se riusciremo a migliorare alcuni piccoli aspetti, dalla gestione del ring, alla capacità di non innervosirsi e di essere un po’ più lucido e preciso in alcune situazioni, otterrà un’altra chance mondiale. Magari per un’altra sigla, ma sicuramente un’altra chance ce la giocheremo, perché lui è un pugile solido e determinato, non è uno che va in modalità di sopravvivenza o che cerca di portare il match alla fine giusto per arrivarci. È sempre stato un pugile propositivo, quindi credo che migliorando qualche aspetto si toglierà sicuramente altre soddisfazioni.

Questa battuta d’arresto costringerà Oliha a risalire la china per provare a riproporsi ai vertici. Avete già riflettuto sulle prossime mosse?

Adesso ha sicuramente bisogno di staccare un po’ la spina, perché comunque, oltre a questa preparazione, lui arriva da altre due preparazioni alle quali poi non è seguito il match. Anche questo secondo me ha contribuito a rendere la situazione difficile, nel senso che lui era fermo da tanto tempo e magari un incontro intermedio sarebbe servito per essere un po’ più sciolto il giorno della sfida mondiale.

Purtroppo quando siamo andati in Texas abbiamo riscontrato il problema all’occhio e non abbiamo combattuto. Poi abbiamo iniziato la preparazione per affrontare Shakiel Thompson e il match non si è fatto perché lui ha perso per KO in Inghilterra.

Quindi adesso Eti è un po’ usurato dalle preparazioni, deve fermarsi un attimo. Allo stesso tempo dobbiamo evitare di restare nuovamente fuori troppo a lungo. Comunque AGON, la sua promotion, ci ha già chiamato e tra febbraio e marzo lo farà combattere sulle otto riprese.

Tra i ragazzi che segui in veste di maestro c’è anche il talentuoso Alessio Lorusso che due mesi fa si è reso protagonista di una prestazione strepitosa, imponendosi ai punti sull’ex campione del mondo Alexandro Santiago. Quale è stata la chiave tattica vincente quella sera e dove può arrivare Alessio secondo il tuo giudizio?

Tutto il team è stato molto bravo a preparare il match, trovando anche degli sparring partner che avevano le stesse caratteristiche di Santiago. A questo scopo c’è stato un investimento importante sia da parte del suo procuratore che di Alessio stesso. Purtroppo in Italia delle volte abbiamo difficoltà a reperire degli sparring partner di livello, cosa che secondo me è uno dei motivi per cui non riusciamo a chiudere il gap con altri Paesi.

Alessio è stato molto intelligente, abbiamo lavorato tanto su quello che doveva fare sul ring. Diciamo che le caratteristiche di Santiago si sposavano bene con le caratteristiche di Alessio, che è uno che ti prende il tempo ed è molto mobile sulle gambe. Lui ha sfruttato benissimo questa sua caratteristica, per poi chiudere il match al contrario, attaccando lui.

C’è stata anche una grande preparazione atletica, come sempre, perché lui è molto meticoloso da questo punto di vista. Per quanto riguarda la tattica invece, sapevamo che Santiago, da buon messicano, sarebbe venuto avanti a cercare lo scontro e Alessio è stato bravissimo a disinnescarlo con gli incroci e con gli spostamenti. Abbiamo lavorato tanto sui cambi di direzione, abbiamo provato a confondergli le idee, a fermarlo con un colpo di contenimento appena aveva l’intenzione di partire, per poi portare una serie dopo esserci spostati.

Alessio è stato bravissimo nel mettere in pratica tutto questo e credo che questa vittoria l’abbia messo in una posizione molto favorevole. Io credo che adesso, avendo difeso due volte l’Intercontinentale IBO, la chance per il Mondiale IBO gliela dovrebbero dare. Poi penso che Alessio valga tranquillamente un Titolo Europeo, che del resto ha già vinto, e che possa giocarsi una semifinale mondiale per un’altra sigla. In questo momento può fare quello che vuole, perché è in fiducia; spero quindi che chi di dovere batta il ferro ora che è caldo.

Tu hai formato parte delle tue conoscenze studiando i metodi di allenamento di un coach di altissimo calibro come Freddie Roach, per poi perfezionarle in corso d’opera. Hai quindi un’idea piuttosto chiara su come funziona il pugilato ai massimi livelli internazionali. Quali sono a tuo avviso i cambiamenti più importanti che sarebbero necessari in Italia affinché i nostri ragazzi possano tornare a essere competitivi sui grandi palcoscenici del pugilato professionistico?

Questo è un discorso un po’ complesso. A volte sembra che tutti abbiamo una soluzione, ma in realtà secondo me è molto difficile, perché avendo lasciato andare il pugilato professionistico da troppo tempo in Italia, adesso chiudere il gap con gli americani o gli inglesi è un’impresa veramente dura.

Io ho avuto la fortuna di lavorare tanto negli Stati Uniti. Lì ho fatto anche una preparazione con Eti, perché lui era stato scelto come sparring partner di Badou Jack quando quest’ultimo doveva preparare il mondiale contro Jean Pascal e abbiamo fatto tutta la preparazione nella palestra di Mayweather a Las Vegas.

Il problema più grosso è che loro, quando iniziano la preparazione, hanno una forza economica dietro che gli permette di fare tutto al top, dalla scelta degli sparring partner, ai metodi di allenamento. Loro hanno dei budget importanti che gli vengono messi a disposizione dalla loro promotion e questa è una cosa che invece in Italia non succede. In Italia il tuo procuratore ti chiama e ti dice: “Combatti il tale giorno contro il tale avversario”, e lì finisce.

Noi ce ne siamo resi conto anche lavorando con AGON Sports. Loro ci dicono dove e contro chi dobbiamo combattere, poi ci chiedono: “Dove vuoi fare la parte atletica?” “A Granada, a 2300 metri, perché vogliamo farla in altura”. E loro ti mandano lì. “Quanti sparring partner vuoi?” E così via.

Io penso che i nostri maestri e i nostri pugili siano esattamente come i maestri e i pugili inglesi e americani. Non abbiamo niente da invidiare agli altri, anche perché abbiamo avuto anche noi il nostro momento d’oro. Ma alla fine il gap più grosso è quello economico. A pesare è il fatto di non poter mettere l’atleta nelle condizioni di allenarsi come se fosse un calciatore di Serie A, come fanno loro.

Qua se ti alleni nella tua palestra non hai sparring partner di livello, o ti devi muovere tu per procurarteli. Inoltre noi abbiamo dei pugili in Italia che lavorano e poi si allenano. Quando vai a competere con uno che invece fa soltanto il pugile, è normale che vince l’altro: non c’è competizione, fanno un altro sport. I nostri grandi campioni del passato, da Stecca, a Duran, a tanti altri, facevano i pugili di mestiere. Oggi invece un ragazzo va in fabbrica, poi deve ritagliarsi il tempo per andare in palestra, fa la dieta fai da te…

Purtroppo tanti sono contro il taglio peso. Probabilmente anche io ti direi che sarebbe meglio se non ci fosse. Però se ora è permesso e lo si può fare, se tu vuoi competere con quelli di alto livello ti devi adeguare, perché altrimenti ti trovi a combattere con gente che sale sul ring due categorie di peso oltre la tua. Ma per fare quello ci vuole un nutrizionista preparato, e sono altre spese.

Le promotion estere poi mettono anche noi maestri in condizione di fare i maestri a tempo pieno. Giustamente, se il tuo maestro lavora in fabbrica e si libera alle sette o alle otto di sera, ti ci devi mettere d’accordo su quando vedersi in palestra facendo combaciare i turni e diventa complicato. E queste cose, quando poi arrivi al giorno della gara, vengono fuori.

È anche difficile anche vivere il momento del pre-gara per chi arriva a giocarsi una chance importante. In pochi giorni ti ritrovi sballottato tra interviste, conferenze, appuntamenti pubblici ed è un mondo che quando lo affronti per la prima volta è impattante.

Lo stesso Andra Locatelli, che è venuto a Dublino in rappresentanza della FPI, mi ha detto “Io una roba del genere non l’avevo mai vista”, riferendosi all’organizzazione. Avevi i nutrizionisti che ti preparavano i pasti a qualsiasi ora del giorno della notte, chiamavi e avevi il fisioterapista solo per te. Quando tu arrivi lì, ti senti come un calciatore che si è allenato sempre nel campetto di Asti per poi ritrovarsi a fare la partita al Bernabeu. Ti senti spiazzato. Se uno avesse la possibilità di partecipare a determinati eventi con continuità arriverebbe più preparato alla chance della vita. Sono piccole cose, magari uno non ci pensa, però messe tutte insieme, ad altissimo livello, possono fare la differenza.

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