Intervista a Vincenzo Quero, fiamma inestinguibile della boxe italiana

Continuiamo a raccontarvi di chi ha fatto la storia del pugilato italiano con la nostra rubrica “La parola al maestro”. Questo terzo appuntamento è dedicato a una persona che non potevo astenermi dal celebrare: il mitico maestro Vincenzo Quero, che ha fatto del suo stile un marchio di fabbrica. È nella sua palestra che sono cresciuta e ovunque lo si nomini la sua fama lo precede. La sua Pugilistica Quero-Chiloiro ha festeggiato da poco più di un mese ben 55 anni di attività, un’attività che in questo lungo periodo è stata per lui e per i suoi figli densa di impegni e soddisfazioni. Facciamoci raccontare dalla sua voce un po’ di aneddoti, curiosità e pensieri sulla sua lunga e gloriosa carriera, e non solo.

Da dove parte e come la storia di Vincenzo nel pugilato? Quando è nata invece la voglia d’insegnare?

Un tempo si cresceva per strada. Si giocava sempre con altri ragazzi, si facevano tanti giochi, si stava sempre in movimento… e si faceva anche a botte. Io ricordo che uscendo da scuola, alle elementari, succedeva sempre che qualche ragazzo antipatico mi insultava, ed io poggiavo la cartella a terra e ci litigavo, mettevo pugni, calci e poi me ne scappavo. Me ne scappavo non per paura però, ma per la fretta di dover correre a lavorare. Aiutavo un fruttivendolo, portavo la spesa a casa delle persone. Intanto crescevo, e ad un certo punto un amico mi portò in una palestra, la palestra della scuola Canfora dove si faceva un’ora, un’ora e mezza di pugilato. Tanti anni fa non esistevano le palestre che ci sono ora. Poi arrivò l’estate e chiudendo le scuole, anche questa palestra chiuse. Quindi io dovetti guardarmi intorno. Mi dissero che c’era una palestra di pugilato in Città Vecchia e iniziai lì. Era una palestra piccolina, aveva solo due sacchi e un ring piccolino, era un po’ arrangiata. Ad insegnare c’era il maestro Galasso che si accorse subito che ero un ragazzo forte, che sapevo stare sul ring anche se non ero ancora perfetto (poi mi sono perfezionato piano piano negli anni). Infatti mi portò subito a combattere, a Lecce, a Brindisi, in vari posti. Quando combattevo ero aggressivo, picchiavo e insomma piacevo alla gente.

Poi arrivò l’età della leva, che era obbligatoria, e diventai marinaio. Al tempo la leva della Marina durava due anni e mi feci quegli anni a Roma. Mentre ero lì facevo pugilato e crescevo bene come pugile, andavo in nazionale, non quella militare, in quella civile, dove prendevano i pugili migliori d’Italia. Con la nazionale ho fatto diversi match, molti all’estero. A un certo punto, non so se fu per fare spazio a qualcun altro o meno, non riuscii a passare le visite mediche annuali; non mi diedero l’idoneità perché dissero che mi mancavano due decimi all’occhio sinistro e così mi fermai. Ebbi però la fortuna, nella sfortuna, che in quella palestra dove mi ero allenato fino a quel momento a Roma, si facevano i corsi da insegnante di pugilato. Allora il maestro, che si dispiacque quando mi dichiararono definitivamente non idoneo all’agonismo, mi fece fare i corsi; bisognava fare prima il corso d’aspirante insegnante e poi dopo due anni quello da insegnante, ma essendo io un ragazzo ben voluto, mi permisero di farlo subito dopo un mese circa da quello d’aspirante. Avevo 20-21 anni. Finito il militare tornai a Taranto e iniziai a dare una mano in palestra. Era da poco tornato dall’Australia il pugile professionista Domenico Chiloiro che era mio amico e io ogni giorno lo accompagnavo alla palestra della Marina con la macchina e gli davo una mano ad allenarsi.

L’allenatore della Marina, un tarantino, che mi vedeva lavorare con lui, poiché gli facevo portare i colpi, schivare, fare i passi indietro e rientrare, un pugilato che prima non facevano, mi disse: “Vincenzo, tu sei bravo, perché non ti apri una palestra?”. Io lì per lì non me la sentivo, ero giovane, avevo soli 21 anni e non mi sentivo all’altezza delle responsabilità. Poi però questo maestro sparse la voce tra i suoi amici, dei commercianti di via Cesare Battisti, una decina di appassionati di pugilato, che si attivarono per renderlo possibile. Un giorno Chiloiro mi venne a chiamare perché aveva visto un locale in via Emilia. Era una vecchia falegnameria, piena di polvere e dalle mura da sistemare, ma decidemmo di prenderla. Iniziai a pitturare, ad aggiustare… e così nacque la QUERO-CHILOIRO, lì dove ancora oggi ci troviamo.

Intanto dopo due anni fu modificato il regolamento per il visus e io rifeci di nuovo la visita medica. Così potetti riprendere il pugilato. Diventai di nuovo campione d’Italia, andai di nuovo in nazionale, poi passai professionista con un grosso procuratore di Milano, il noto Branchini. Io continuavo ad allenarmi qui a Taranto, lui mi chiamava, mi dava appuntamento a Bologna, a Milano… a Milano combattevo spesso perché davo spettacolo con il mio pugilato; un giornalista diceva di me: “Quando combatte Quero a Milano si riempie il Palalido”. E niente, ho fatto 51 combattimenti da professionista; sono diventato campione d’Italia nel 1975 combattendo dodici riprese contro Sanna a Taranto. Riempii tutto lo stadio Iacovone, ci furono 10.000 persone e anche le Rai. Quel titolo però lo lasciai subito vacante, non feci nessuna difesa perché il mio procuratore voleva che puntassimo all’Europeo. Infatti nello stesso anno disputai una semifinale europea a Milano, ma non riuscii a vincerla. Arrivai lì giù moralmente perché avevo avuto dei problemi con un segretario in palestra che vendette dei biglietti falsi. Insomma ho combattuto poi fino al 1979, dopo mi sono dedicato completamente all’insegnamento.

Qual è il ricordo più bello di questi 55 anni di onorata attività?

Sono tanti, ma la soddisfazione più grande è stata quella di aver contribuito a far a diventare campione d’Europa Chiloiro nel 1972: lo allenai io, lo portai a Lignano Sabbiadoro e vincemmo. Fu una bella cosa, è stato l’unico a Taranto ad aver portato a casa quel titolo.

Oggi in palestra abbiamo dei professionisti bravissimi che possono ambire a titoli importanti e li seguiamo alla meglio. Sono soddisfatto anche di questo. Il mese scorso abbiamo organizzato una grossa manifestazione al PalaFiom per il titolo WBA del mediterraneo (vinto poi dal nostro Nino Rossetti) e lo abbiamo riempito, c’era tanta gente e mi ha fatto molto piacere. Mi è rimasto un bel ricordo di questa serata.

Qual è secondo te la dote migliore che deve avere un maestro?

Sono diverse. Un maestro deve avere quella dote di sapersi far rispettare sia con le buone maniere che con con le cattive se è necessario; delle volte ci si arrabbia pure con un ragazzo, ma solo per il suo bene, per fargli imparare ancora meglio le cose; ci vuole pazienza, devi stargli dietro, dargli la considerazione giusta, la soddisfazione di farlo sentire qualcuno, il maestro deve saper fare un po’ tutto per tenerlo contento, richiamarlo sì, ma anche riconoscergli i meriti.

Qual è il segreto per rimanere così a lungo in attività? È cambiato qualcosa alla Quero-Chiloiro rispetto al passato?

Io ho sempre fatto lo sport dopo il mio lavoro, ho sempre lavorato in vita mia, addirittura lavoravo all’Alto Forno all’Italsider, un posto molto pericoloso. All’epoca facevo solo un turno per i pugili, poi pian piano, andando in pensione, ho iniziato a fare due turni, tre turni in palestra, addirittura ora lavoriamo anche di mattina; insomma la palestra è cresciuta con più turni, ci sono altri allenatori, con me compreso siamo dieci adesso, è cresciuta moltissimo anche per questo. In Italia siamo molto conosciuti, ci chiamano per portare i pugili, per farli combattere, siamo tra le prime palestre in Italia. Col tempo la palestra è stata ingrandita, a me piace dare più comodità a chi viene. Ho preso dei locali attigui per renderla più spaziosa e confortevole, è diventata più bella, ho messo più sacchi. Abbiamo cresciuto molti ragazzi, molti campioni, e così la palestra è andata alla grande.

Sei fiero del lavoro che portano avanti i tuoi figli? Dai ancora qualche consiglio ai pugili e/o ai tuoi figli come insegnanti?

Sì, sono soddisfatto. Spesse volte vado ancora in palestra, però mi siedo, faccio poco perché ho 78 anni, insomma non è che mi posso muovere più come prima. Guardo lavorare, ci sono gli altri allenatori. Ci sono i miei figli che portano avanti la situazione, sempre dopo il loro lavoro (entrambi lavorano a scuola). Prima il lavoro e poi la palestra. E niente, abbiamo le nostre soddisfazioni.

Qualche volta sì, do ancora dei consigli ai ragazzi, qualche volta, perché ormai ci sono loro, Aldo e Mimmo, io mi metto da parte; gli do dei consigli: i passetti avanti, i passetti indietro, i passetti a sinistra, i passetti a destra. Perché il pugilato, magari chi non sta dentro non lo sa, non è solo mettere pugni, ci sono le schivate per non prendere i pugni, ci sono gli spostamenti per non prendere i pugni con i passetti a destra e a sinistra, passo indietro e rientro… E qualche volta vedo queste cose in palestra e dico loro qualcosa, sia ai pugili che anche agli altri maestri.

Ringraziamo infinitamente il maestro Vincenzo che, con il suo spirito sempre acceso, riesce ancora a tenere viva la fiamma del pugilato e a mantenere alto l’onore di questo sport crescendo, insieme ai suoi figli e alle persone che lo circondano, non solo dei pugili, ma degli uomini di valore… proprio come lui.

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