“L’anno dei Mondiali”: una pazza idea per risollevare la boxe

DiMario Salomone

Mar 21, 2026 #IBF, #WBA, #WBC, #WBO

Critiche, lamentele e recriminazioni nei confronti di tutto ciò che non funziona nel mondo della boxe internazionale sono talmente frequenti e diffuse da non fare quasi più notizia. Noi stessi abbiamo puntato più volte il dito indice contro i comportamenti dannosi, le scelte controproducenti, le regole assurde e le prassi irragionevoli che mortificano il nostro amato sport. Alla pars destruens tuttavia, per sperare nel miglioramento, occorre necessariamente affiancare una pars costruens. Oggi voglio quindi proporre un’idea concreta che a mio avviso, se correttamente implementata, potrebbe fare del bene alla boxe, un’idea che ho deciso di definire “L’anno dei mondiali”.

Il “problema” delle quattro cinture

Lo dico subito con estrema chiarezza ai nostri lettori: a differenza di molti appassionati di pugilato, io non sono un nostalgico dell’era del “titolo unico”. Credo che la presenza di una sola cintura mondiale per ogni categoria di peso comportasse già molti anni fa notevoli problematiche e che oggi, con la drastica riduzione della frequenza dei combattimenti, indispensabile per tutelare la salute e l’integrità fisica dei pugili, tali problematiche verrebbero ulteriormente amplificate.

Ho già ricordato in altri miei articoli alcuni “casi celebri” che mettono in luce gli effetti distorsivi del titolo unico, da quello di Ezzard Charles, il miglior mediomassimo di tutti i tempi, costretto a salire di categoria dopo aver atteso invano una chance titolata, a quello di Jake LaMotta, persuaso dalla malavita a vendersi un incontro per non farsi sbarrare la strada verso il mondiale dei pesi medi.

È innegabile tuttavia che anche il frazionamento del titolo in quattro cinture di pari valore, senza contare le innumerevoli organizzazioni minori, abbia conseguenze spiacevoli, la più significativa delle quali è senz’altro il disincentivo a organizzare grandi match tra grandi campioni.

Dato che più pugili di spiccato valore, appartenenti alla stessa categoria di peso, possono dirsi contemporaneamente “campioni del mondo”, l’idea di mettere in piedi sfide di riunificazione può apparire rischiosa e poco attraente, soprattutto se tali pugili sono gestiti da promoter rivali, spaventati dalla prospettiva di perdere la loro gallina dalle uova d’oro. Come uscirne dunque?

Da una domanda stupida alla possibile soluzione

Una tendenza estremamente diffusa tra gli appassionati di boxe poco informati, alla ricerca di soluzioni semplici ed immediate a costo zero, è quella di fare paragoni improponibili con altri sport. “Se nel calcio c’è una sola squadra campione del mondo, perché non può esserci un solo campione anche nel pugilato?” è il genere di domande che da anni vengono poste agli esperti.

Domande sciocche in verità, perché mischiano mele e pere, non tenendo conto delle profonde differenze intrinseche tra le varie discipline sportive. Il quesito che ho citato è equivalente, in termini di razionalità, a quello di chi si domanda “perché non possiamo mettere piede sul sole, dato che siamo stati sulla Luna?”

Tuttavia, proprio pensando a quella domanda insensata, mi è balzata per la testa l’idea che costituisce il nodo centrale di questo articolo. Certo, il calcio è uno sport di squadra e non uno sport individuale. Certo, nel calcio è possibile radunare le migliori Nazionali del pianeta nello stesso posto e farle scontrare le une con le altre nel giro di tempi relativamente brevi, mentre nel pugilato professionistico un singolo incontro richiede due mesi di preparazione e un mese di recupero…

C’è però un aspetto, di quello sport tanto diverso dalla boxe, che mi ha indotto a riflettere. Se gli appassionati di calcio sono disposti ad attendere quattro anni per scoprire qual è il Paese con la squadra migliore del mondo, accontentandosi nel frattempo di competizioni di minor prestigio, perché non garantire la stessa soddisfazione agli appassionati di boxe, con la stessa cadenza temporale?

L’anno dei mondiali: riunificazioni obbligatorie ogni quattro anni

Al giorno d’oggi, solitamente, un campione del mondo effettua nell’arco di un anno solare due o al massimo tre difese del titolo. Perché non istituire dunque un meccanismo affinché ogni quattro anni, quei due combattimenti, anziché essere semplici difese della cintura, siano la semifinale e la finale di un torneo finalizzato a eleggere il “vero campione”?

La struttura del torneo sarebbe estremamente semplice: il campione WBC affronterebbe il campione WBA, mentre quello IBF affronterebbe il campione WBO (abbinamenti proposti a titolo di esempio NDR). I due vincitori si affronterebbero poi nella seconda parte dell’anno per determinare l’identità del campione unificato.

Chi dovesse rifiutarsi di affrontare il rivale designato, verrebbe immediatamente spogliato del suo titolo e sostituito nel torneo dal pugile meglio piazzato nella classifica della sua federazione. La ripartizione delle borse, in caso di mancato accordo tra le parti e di conseguente asta, potrebbe essere decisa attraverso un algoritmo matematico che tenga conto dei guadagni conseguiti dai due pugili nei loro ultimi combattimenti.

In questo modo, tutti i campioni, da quelli dei pesi massimi fino a quelli dei pesi paglia, sarebbero incentivati a mettersi in gioco. Non farlo implicherebbe infatti la perdita della cintura conquistata con tanti sacrifici e quella della reputazione di indomito guerriero, che vacillerebbe sotto il peso delle accuse di vigliaccheria da parte dei fan.

E dopo il torneo? L’ipotesi delle “sfere del drago”

Resterebbero naturalmente da definire molteplici tecnicismi (ad esempio, cosa fare se in una certa categoria un pugile detiene già più di una cintura mondiale?), ma sono certo che i Presidenti delle quattro organizzazioni principali del pugilato riuscirebbero facilmente a far quadrare tutto a patto di volerne discutere in maniera franca tra di loro.

La domanda più interessante a cui rispondere sarebbe quella su come procedere dopo la conclusione del torneo, al termine del cosiddetto “anno dei mondiali”. Un’ipotesi sarebbe quella di lasciare che in ogni categoria il vincitore conservi le quattro cinture e che le difenda affrontando uno dopo l’altro i vari sfidanti ufficiali. Questa prospettiva però, in virtù del già citato problema della bassa frequenza con cui si combatte oggigiorno, rischierebbe di restringere enormemente le strade che conducono alla gloria, danneggiando la popolarità della boxe in alcune aree del mondo.

Una valida alternativa potrebbe essere quella di conferire alle quattro cinture lo stesso comportamento delle “sfere del drago” del celebre manga giapponese Dragon Ball, che dopo l’esecuzione da parte del drago del desiderio di chi le aveva trovate, si sparpagliavano, ciascuna in una zona diversa del pianeta. Analogamente, dopo aver permesso al nuovo campione unificato di scegliere quale cintura conservare, si potrebbero “liberare” le altre tre, mettendole in palio tra i sei pugili che occupano i primi posti delle classifiche. In questo modo, dopo aver esaudito il desiderio dei fan di scoprire chi è il miglior pugile del mondo, le cinture tornerebbero ad offrire chance di prestigio nei sei continenti.

WBA, WBC, IBF e WBO sarebbero d’accordo?

Cosa penserebbero i vertici delle quattro organizzazioni internazionali qualora dovessero imbattersi in questo articolo? Ovviamente non posso saperlo, ma è mia ferma convinzione che lavorare congiuntamente su progetti di questo genere sia nel loro interesse.

Non è di certo un mistero che tra gli appassionati di pugilato serpeggi un certo malcontento nei loro confronti, in parte a causa delle tante decisioni assai discutibili che hanno preso negli ultimi decenni, in parte per la separazione dei titoli che la loro stessa esistenza rende inevitabile. E se questo malcontento dovesse perdurare o addirittura aggravarsi, qualcuno potrebbe approfittarne per scardinare l’intero sistema.

Dana Whyte ci sta già provando, avvalendosi dei cospicui fondi dei suoi munificenti finanziatori e dei suoi noti appoggi politici. Personalmente, come ho spiegato in un recente articolo di opinione, credo che la sua iniziativa sia destinata a fallire (clicca qui per leggere il pezzo) ma in futuro l’attacco potrebbe essere sferrato da soggetti più astuti e meno compromessi, con maggiori possibilità di successo.

È comprensibile che coloro i quali guidano la WBC, la WBA, l’IBF e la WBO siano portati a credere che il prestigio della loro organizzazione sia destinato a durare in eterno. Farlo sarebbe tuttavia un grosso errore.

Recentemente i titoli presenti, passati e futuri della WBA sono scomparsi dal sito del più grande e documentato archivio pugilistico mondiale, ovvero BoxRec: uno scenario che quasi tutti avrebbero giudicato impossibile prima che si materializzasse. Una dimostrazione lampante del fatto che prestigio e autorevolezza non sono garantiti sine die e che, a furia di commettere errori, li si può perdere un poco alla volta, col rischio di restarne completamente privi in futuro.

Un’iniziativa donchisciottesca

Non mi illudo che le mie parole vengano ascoltate e recepite da chi ha il potere di cambiare le regole del gioco. So che con ogni probabilità il mio rimarrà un grido lanciato nel deserto, con gli stessi effetti pratici di un assalto di Don Chisciotte ai mulini a vento.

D’altro canto, Don Chisciotte incarna molto bene lo spirito con cui Boxe Punch è stato creato il primo giorno di quest’avventura, poco meno di due anni fa. Ed è con quello stesso spirito che sottoporrò questo articolo all’attenzione dei quattro presidenti Gilberto Mendoza Jr, Mauricio Sulaiman, Daryl J. Peoples e Gustavo Oliveri, chiudendolo con i versi conclusivi di una celebre canzone del grande cantautore italiano Francesco Guccini:

Il Potere è l’immondizia della storia degli umani
e anche se siamo soltanto due romantici rottami,
sputeremo il cuore in faccia all’ingiustizia giorno e notte:
siamo i “Grandi della Mancha”,
Sancho Panza… e Don Chisciotte!

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