Intervista a Ciro De Leva: dalla boxe in officina al tetto d’Europa

Siamo negli anni ’70, in un quartiere della città di Napoli. Un’officina meccanica il fine settimana chiude i battenti e il suo interno, da luogo di lavoro, si trasforma in qualcos’altro. Il proprietario, Pasquale Anastasio, è un appassionato di boxe: invita tutti i ragazzi del quartiere nel suo regno, affida loro il suo unico paio di guantoni ruvidi e consumati dal tempo e lascia che si affrontino, una coppia per volta, con le regole del pugilato. Scene oggi impensabili, che scandalizzerebbero quasi chiunque e che spingerebbero la cittadinanza ad avvertire la polizia. Erano però altri tempi e quei ragazzi tornavano a casa carichi di adrenalina, nonostante qualche livido e qualche ammaccatura. Tra di loro c’era il nipote di Pasquale, un ragazzo destinato a lasciare il segno nella storia del pugilato italiano: il futuro campione europeo dei pesi gallo Ciro De Leva.

Mancino, brevilineo, amante della battaglia ravvicinata: Ciro è stato un fighter d’altri tempi, uno di quelli che sul ring davano tutto e anche di più e che pugno dopo pugno sapevano scardinare le resistenze degli avversari con aggressività, agonismo e grinta senza eguali. Oggi De Leva compie 67 anni e noi siamo lieti di proporvi l’intervista che gentilmente ha deciso di concederci ripercorrendo i momenti più importanti della sua storia sportiva.


Partiamo dalle origini: come è nato il tuo rapporto con il pugilato e cosa ti ha spinto ad entrare in una palestra per la prima volta?

Quand’ero piccolo, mio zio, Pasquale Anastasio, aveva un’officina meccanica a Napoli, nei pressi della ferrovia. Gli piaceva molto la boxe e il sabato e la domenica riuniva tutti i ragazzi del mio quartiere e dei quartieri vicini presso l’officina e gli faceva fare dei match di pugilato. C’erano soltanto due guantoni, quindi uno era per te e uno per il tuo avversario. In teoria dovevamo colpire con una mano sola, ma ogni tanto scappava anche qualche colpo con l’altra mano, quella senza guantone. Oltretutto i guantoni non erano come quelli moderni, parliamo di più di 50 anni fa, la superficie era di plastica e i pugni facevano malissimo. Lì comunque è nata la mia passione per la boxe, poi sono entrato in palestra, ho conosciuto il mio maestro Geppino Silvestri e ho dato il via alla mia carriera di pugile facendo il primo incontro nel 1975.

La tua carriera dilettantistica è stata di buon livello. Per ben due volte hai sfiorato la conquista del titolo italiano, ma in entrambi i casi sei stato sconfitto dal pugile che può essere definito la tua “bestia nera”: quel Franco Cherchi che poi ti ha battuto anche da professionista. Quale aspetto della sua boxe ti metteva in difficoltà?

Era molto veloce! Colpiva e si spostava immediatamente e quando provavo a replicare non lo trovavo mai. Non sapevo come fare per inquadrarlo. Però una volta l’ho battuto, in un torneo internazionale a Roma. Forse il fatto di avere una giuria internazionale mi ha aiutato [ride NDR].

Passando invece alla tua carriera professionistica, cosa ricordi della conquista del titolo italiano contro Giovanni Camputaro?

Conoscevo bene Camputaro perché tempo prima ero stato chiamato nella sua palestra per fare sparring con lui e prepararlo alle sue sfide titolate. Questo mi ha permesso di prendere familiarità con le sue caratteristiche, quindi sul ring sapevo cosa mi aspettava. L’ho battuto nonostante lui fosse più esperto di me: al tempo aveva già disputato quasi trenta match professionistici, mentre io ne avevo fatti una decina. Ma questo in carriera mi è successo spesso: ho accettato tanti match difficili contro avversari più esperti di me.

Successivamente, dopo aver perso, riconquistato e difeso il titolo italiano, nel 1984 è arrivata la grande chance di combattere per il titolo europeo. Quali sono i tuoi ricordi di quella prestigiosa vittoria ottenuta a Salerno contro il britannico John Feeney?

Quel match in verità non dovevo disputarlo io. Il campione europeo era Valter Giorgetti, che però fu giudicato non idoneo a difendere la cintura perché subì un KO in un match ordinario nel Principato di Monaco contro l’americano Jeff Whaley. Il maestro mi chiamò quindici giorni prima del match e mi disse: “Ciro, c’è da fare il titolo europeo con Feeney, perché Giorgetti non lo può incontrare, non gli hanno dato l’idoneità.” Io avevo dei dubbi soltanto a causa del peso, che è sempre stato il mio avversario più duro: in quel momento ero sopra il limite e non ero sicuro di riuscire a smaltire in tempo i chili in eccesso. Il maestro però mi convinse a provarci e così in due settimane mi preparai per l’incontro. Feeney era un avversario forte, un mancino impostato in guardia normale. Ricordo ancora che dopo aver incassato un paio di montanti al corpo tornai all’angolo con l’intenzione di mollare, ma il maestro mi spinse di nuovo sul ring e così, ripresa dopo ripresa, riuscii a rimontare e a vincere il combattimento.

Il tuo regno europeo è stato molto lungo, con sette difese consecutive del titolo, tutte contro avversari validi e impegnativi. C’è un match di quella fase della tua carriera che ti è rimasto particolarmente impresso?

Quello contro il britannico Ray Gilbody, disputato a Cosenza. Quella sera ho visto la morte in faccia. Fu un combattimento durissimo, anche perché in quel periodo io iniziavo a calare un po’ di rendimento. Il mio fisico era stato logorato da troppe battaglie ravvicinate: in un anno e mezzo ho sostenuto otto incontri con l’Europeo in palio. Inoltre dovevo sopportare sacrifici continui per rispettare il limite di peso: da 60 chili dovevo scendere a 53 chili e mezzo… Stavo giorni senza mangiare e bere e la notte saltavo giù dal letto per la fame. Mi resi conto di aver perso qualcosa in termini di rendimento fisico in occasione della mia ultima difesa del titolo, quella contro lo spagnolo Vicente Fernandez. Nel 1983 lo avevo messo KO in tre riprese, mentre nel 1986 ho dovuto sudare per batterlo.

Dopo la vittoria su Fernandez è arrivata la chance mondiale, a Torino, contro il venezuelano Bernardo Pinañgo, campione del mondo dei pesi gallo. Purtroppo quella sera non sei riuscito nella storica impresa di conquistare la cintura. Cos’è che non ha funzionato secondo te?

Beh, innanzitutto, come ho già detto, gli otto match consecutivi per l’Europeo mi avevano consumato. Inoltre Pinañgo era un vero campione, era forte, aveva vinto il titolo in trasferta contro l’americano di radici messicane Gaby Canizales e in passato aveva anche conquistato la medaglia d’argento alle Olimpiadi. Aveva quindi un curriculum di tutto rispetto. Non vi nascondo che un paio di volte, nel corso delle prime riprese, dopo averlo colpito gli ho visto girare gli occhi e ho pensato di poter vincere prima del limite, ma poi non sono riuscito a sferrare il colpo decisivo. Faticavo a colpirlo perché era più alto, aveva braccia molto lunghe ed era molto tecnico. Non a caso poi è diventato campione del mondo anche nella categoria dei supergallo. Sono arrivato fino alla decima ripresa, poi ho preso un colpo forte sull’occhio e istintivamente mi sono girato. Non avevo intenzione di arrendermi, è stato un movimento istintivo, ma l’arbitro, sapendo che mancavano ancora cinque riprese, per tutelarmi ha fermato il match.

Dopo quella sconfitta hai fatto soltanto un ultimo match, un anno dopo. Poi hai deciso di appendere i guantoni al chiodo…

Sì, perché ho sentito la mia campanella suonare. Il maestro me lo diceva sempre: “Quando senti il suono della campana, ti devi fermare”. Ho lasciato da campione europeo in carica, nonostante potessi guadagnare un’altra buona borsa facendo un’ulteriore difesa del titolo. Io però non guardavo ai soldi: combattevo perché mi piaceva combattere e vincere. Avrei pagato io per poter combattere. Però mi ero reso conto che fisicamente non ero più lo stesso pugile e quindi ho preferito dire basta. Mi avevano spremuto troppo.

Nel filmato del tuo match contro Pinango si vede Patrizio Oliva, nel tuo spogliatoio, che ti incoraggia e ti sostiene. Com’è stato il tuo rapporto con Patrizio e come si è evoluto nel tempo?

Quando eravamo pugili stavamo sempre insieme. Lui mi ospitava a casa sua, io a casa mia… Andavamo in Nazionale insieme, eravamo come due fratelli. Poi a carriera finita ognuno ha preso la sua strada.

Dopo aver concluso la tua carriera di pugile sei rimasto nel mondo della boxe?

Sì, ho aperto una palestra e ho allenato per un po’, ma poi ho chiuso tutto perché nei ragazzi non vedevo più lo stesso spirito di sacrificio che avevamo noi a nostri tempi. Venivano in palestra solo per poter dire in giro di aver fatto pugilato. Tuttavia qualche pugile di buon livello sono riuscito a formarlo: da me sono usciti due o tre campioni italiani e un campione europeo, Francesco Speranza. Era un ragazzo di grande talento, mancino, dotato di un montante sinistro formidabile. Affrontava avversari forti, anche all’estero, e li piegava in due, li lasciava stesi per terra.

E poi cos’è successo con lui?

È successo che quando è entrato nel giro della Nazionale me l’hanno rovinato. Lì gli facevano fare i guanti con tutti, compresi ragazzi più pesanti di lui. Poi scendeva un avversario e ne saliva un altro ancora più pesante e dato che tutti volevano mettersi in mostra, per ottenere un posto in squadra, non erano sessioni di sparring, erano match veri e propri. Io da questo punto di vista sono stato fortunato perché ai miei tempi sia il mio maestro che l’allenatore della Nazionale gestivano i ragazzi con cura, sapevano quando aumentare e quando diminuire l’intensità per preservarli. Successivamente invece hanno iniziato a non avere riguardi: sapevano di avere tanti ricambi e quindi non si preoccupavano di poter bruciare un ragazzo. Francesco alla lunga ha iniziato a non rendere più come prima, anche perché lui era un peso medio e a quel peso i colpi fanno male. Però finché è stato al top era veramente forte.

Oggi cosa fa nella vita Ciro De Leva?

Prima facevo il tassista, poi ho richiesto al Comune la licenza di N.C.C. e ora sto lavorando con Uber.

Grazie per la tua disponibilità, ancora auguri per il tuo compleanno e in bocca al lupo per il futuro!

Grazie a voi!

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