Il ruolo cruciale del procuratore di pugili: intervista a Davide Bianchi

Il mondo del pugilato si compone di tante figure, ciascuna con le sue competenze, la sua professionalità, i suoi compiti specifici. I pugili sono naturalmente quelli più in vista, perché i loro pugni, le loro schivate, la loro capacità di incassare e gestire i ritmi di un combattimento determinano vittorie e sconfitte; al loro fianco però vi sono tanti altri protagonisti altrettanto cruciali nel condurre una carriera verso il successo. Un ruolo particolarmente affascinante è quello del procuratore, colui che cura gli interessi dell’atleta al fine di garantirgli le migliori opportunità e i maggiori guadagni. Per saperne di più sull’argomento ci siamo messi in contatto con Davide Bianchi, che proprio in veste di procuratore affianca numerosi pugili in Italia e all’estero, cercando di guidarli verso il raggiungimento dei loro obiettivi.

Davide ci ha parlato del suo lavoro, ha ricostruito le dinamiche della sua collaborazione con due atleti italiani emergenti di grandi prospettive come Abbes Mouhiidine e Salvatore Cavallaro e ci ha detto la sua su cosa servirebbe per migliorare le prospettive del pugilato italiano. Ecco a voi cosa ci siamo detti.


In Italia, quando si parla di pugilato, si parla di promoter, di pugili, di maestri, qualche volta di matchmaker, ma quasi mai di procuratori. Quali sono i compiti di un procuratore nel mondo della boxe e come hai fatto ad assumere questo ruolo?

È una domanda assolutamente pertinente e intelligente, perché in Italia siamo abituati al fatto che tutti fanno tutto. Abbiamo lo zio o l’amico che ci fa da cutman, procuratore, matchmaker, manager, promoter, ecc. Un procuratore di pugilato professionistico, per intenderci, è praticamente il “manager” all’americana, cioè qualcuno che cura gli interessi del pugile anche andando contro a quelli dei promoter quando è necessario, promuovendo la sua carriera, gestendo gli sponsor, gestendo l’immagine, dando consigli sulla preparazione atletica e la preparazione tecnica, occupandosi delle relazioni esterne. Deve essere quindi qualcuno che viaggia, che parla le lingue straniere, che ha relazioni forti a livello internazionale.

Come ci sono diventato? Dopo una lunga gavetta, associando ad alcune mie capacità professionali una grande passione per il pugilato, avendo speso tanti soldi in viaggi, esperienze e militanza prima con pugili normali, poi con campioni. Tutto questo mi ha portato un giorno, dopo tanti anni, a mettere a frutto questa esperienza.

Parlando con diversi protagonisti di primo piano del pugilato italiano attraverso le nostre interviste, abbiamo registrato spesso riflessioni simili a quella che hai appena espresso sull’anomalia dei pugili che hanno come manager il figlio del promoter, suo nipote, il suo avvocato e così via, con tutto ciò che ne consegue. Tu come ti spieghi il fatto che in Italia le cose vadano in questo modo? È un fatto culturale?

Non credo che sia culturale; l’Italia è un paese fantastico, ma c’è questa tradizione che è difficile da eradicare. Questo ad esempio non succede col Team Magnesi, dove la promoter è Alessandra Branco, mentre io sono il procuratore del team e non abbiamo nessun link di parentela, come è normale che sia. Ora non voglio entrare nel dettaglio di chi ha un procuratore e un promoter della stessa famiglia, perché non sta a me commentare questa scelta; credo però che concettualmente siano due ruoli diversi, addirittura in antitesi l’uno rispetto all’altro.

In questo momento con quanti pugili hai un rapporto contrattuale?

Una quindicina.

Veniamo a quella che è stata una delle tue avventure professionali più recenti, ovvero la gestione in contemporanea di due pugili emergenti del nostro panorama nazionale: Abbes Mouhiidine e Salvatore Cavallaro. Si tratta di ragazzi che hanno vestito molto a lungo la maglia della Nazionale, passati al professionismo con grandi ambizioni. Come sei entrato in contatto con loro, come si è instaurato il vostro rapporto professionale e con quali aspettative hai iniziato a seguire la loro carriera?

Come molti sanno, io sono medico federale di due squadre olimpiche, tra cui quella della Svizzera. Io sono svizzero-italiano, vivo in Svizzera da tanti anni e quindi quando ci sono stati negli ultimi anni tornei importanti a livello internazionale come i Campionati Mondiali, le qualificazioni olimpiche, e così via, vi ho preso parte in rappresentanza della Svizzera. Naturalmente, essendo nato e cresciuto in Italia, sono entrato in contatto con vari ragazzi della Nazionale italiana tra cui Abbes, Cavallaro e altri. Il rapporto quindi è nato così, prendendo un caffè insieme: da lì si è instaurata una comunicazione, una simpatia, una fiducia reciproca. Io poi sono da molto tempo un grande tifoso di Abbes, a prescindere dalla procura: ho sempre creduto che abbia un potenziale tecnico e atletico straordinario, adeguato per competere ad alto livello nei professionisti, quindi quando mi si è capitata l’occasione ho voluto proporgli una carriera professionistica avvalendomi di uno sponsor sostanzioso al mio servizio. Si tratta di uno sponsor che mi permette di amministrare le risorse come voglio, senza imposizioni dall’alto, quindi potevo prospettare al ragazzo un progetto ambizioso. Poi è entrato in squadra anche Salvatore; Giovanni Cavallaro è molto vicino al team di Abbes, sono amici da tanti anni, quindi mi ha chiesto se avevo interesse anche per il figlio e io gli ho detto di sì, perché è un ragazzo molto bravo, è stato bronzo mondiale, un ottimo dilettante, quindi perché no? Proviamoci! Così è partito il tutto.

Dopo la vittoria di Salvatore Cavallaro del titolo del Mediterraneo WBC abbiamo letto il tuo post su Facebook in cui, oltre a manifestare orgoglio per il risultato raggiunto, hai scritto che quella sarebbe stata la tua ultima trasferta in terra siciliana, lasciando intendere la chiusura del rapporto. Puoi spiegarci come mai avete deciso di separare le vostre strade?

Diciamo che, quando ho accettato la procura di questi due ragazzi, anche se in un anno abbiamo vinto un Titolo del Mediterraneo, e non è poco, mi aspettavo molto di più. Salvatore è un ragazzo d’oro, ci tengo a sottolineare questo; è un ragazzo perbene, molto serio, però è uno che dà fiducia a suo padre. Se tu lo gestisci dal punto di vista manageriale, dovresti avere piena libertà e questo non è stato sempre possibile. Suo padre Giovanni si è imbarcato in questa attività di promoter e probabilmente noi due, io come procuratore e lui come promoter, avevamo delle visioni diverse dal punto di vista strategico e tecnico. Quindi una volta che il ragazzo ha vinto, ho preferito chiudere il contratto con qualche mese di anticipo, lasciandolo libero per altre avventure. Alla fine un contratto deve essere una specie di comunione, di matrimonio, non deve essere un obbligo che ti impone di restare associato a un certo procuratore, quindi se i progetti delle due parti sono diversi è giusto che ognuno prenda la sua strada.

Cosa puoi dirci invece del percorso professionistico intrapreso da Abbes Mouhiidine?

Per quanto riguarda Abbes, la situazione è un po’ diversa. Con lui eravamo partiti molto forte, abbiamo fatto due match meravigliosi, ma veramente meravigliosi; era già altissimo in classifica per essere un ragazzo che ha esordito da poco, però per questioni amministrative non ha più potuto combattere per diversi mesi. C’è stato un blocco che non è dipeso da me; ora lui è fermo dal 15 febbraio e siamo a fine ottobre, è passata un’eternità e quindi non ho potuto dare seguito al mio progetto. Io avrei voluto chiudere o rinnovare i contratti annuali sottoscritti con Salvatore e Abbes festeggiando due, tre o quattro titoli, invece purtroppo non ho potuto farlo e non per colpa mia. Quindi alla luce dei fatti, ho preferito dare libertà a questi due ragazzi.

Qualora le ragioni del blocco che tengono fermo Abbes dovessero venir meno, ritieni possibile reinstaurare un rapporto di collaborazione con lui?

Per me sarebbe un grande piacere e un grande onore: è un ragazzo fantastico, ho un ottimo rapporto anche con il suo allenatore Gennaro Moffa, a cui Abbes è molto legato trattandosi anche di suo zio, quindi se le cose si mettessero a posto, e prima o poi ciò dovrà avvenire, sono sicuramente disposto a parlargli. Con Salvatore penso di no, ma lo dico con il massimo rispetto e con la massima amicizia: giustamente è molto legato al padre e si affida alla sua promozione. Vogliono seguire un altro percorso e quindi penso non ci siano più le condizioni per collaborare. Ad oggi non ci sono i presupposti, lo dico senza nessuna critica o negatività.

In chiusura, vogliamo chiederti un giudizio sulle prospettive del pugilato professionistico italiano, che dopo aver attraversato un periodo di grandi difficoltà, negli ultimi tempi sembra lasciar intravedere degli sprazzi di rinascita. Tu ti senti più ottimista o più pessimista a riguardo? Come lo vedi il pugilato italiano da qui ai prossimi cinque o dieci anni?

Io credo nel pugilato italiano senza alcun dubbio, perché è lì che sono nato ed è lì che sto lavorando. Credo però che oggi sia difficile promuovere e sostenere dei campioni senza sponsor esterni sostanziosi, quindi si deve creare un sistema che emozioni il pubblico e attiri investimenti. Io ho potuto proporre un progetto ambizioso a Cavallaro e a Mouhiidine grazie a Justmeben, questa società inglese con cui ho già lavorato tanti anni fa, che conoscendomi mi ha messo a disposizione somme importanti per mettere in atto il mio lavoro. Si tratta di uno sponsor che è con me in qualunque decisione, mi lascia mano libera, ma se io ho visioni differenti rispetto all’allenatore o al promoter, e se il pugile si orienta verso una direzione diversa da quella che gli ho prospettato io, lo sponsor si tira indietro, perché giustamente, fidandosi delle mie competenze, finanzia il progetto se questo procede secondo le mie indicazioni.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *