Venerdì sera, presso la SAP-Arena di Mannheim, il 26enne peso massimo tedesco Viktor Jurk ha siglato un rapidissimo KO ai danni del colombiano Edwin Castillo mandandolo al tappeto per il conteggio definitivo con il primo colpo del match. Abbiamo raccontato l’accaduto attraverso un post sulla nostra pagina Facebook, stigmatizzando molto severamente l’operato dell’arbitro Marian Gavrila, a nostro avviso estremamente poco professionale. Il video del match tuttavia ha scatenato sul web polemiche e accuse di combine, motivo per cui ritengo opportuno mettere nero su bianco alcune riflessioni a riguardo.
Breve resoconto dei fatti
Suona la campana. Jurk avanza deciso verso il suo avversario che sembra porgere il guantone per il classico saluto di inizio match. Il tedesco lo ignora e sferra un violento sinistro a tutto braccio che provoca la caduta di Castillo all’indietro. Il colombiano, dopo essere finito al suolo, si volta per un attimo sul fianco, ma poi torna disteso in posizione supina e vi resta, immobile e con lo sguardo fisso, per l’intera durata del conteggio arbitrale.
Il direttore di gara conta imperterrito fino a dieci, nonostante Castillo sia più fermo di una statua. Poi, dopo averlo dichiarato “out” con il classico gesto delle braccia, si volta e inizia ad allontanarsi. Dopo aver fatto due passi si ferma, si volta, torna indietro e si abbassa per togliere di bocca il paradenti al pugile sconfitto mentre con una mano invita finalmente i soccorsi a salire sul ring.
I sostenitori della tesi della combine puntano principalmente su tre elementi per giustificare i loro sospetti.
- Il primo è che il colpo, visto da alcune angolazioni, sembrerebbe colpire la spalla e non il volto, il che renderebbe implausibile che abbia prodotto gli effetti osservati.
- Il secondo è che Castillo non ha perso coscienza in maniera istantanea, allungando un braccio verso le corde durante la caduta e voltandosi brevemente su un fianco prima di restare immobile.
- Il terzo è che i secondi del colombiano non si sono precipitati sul ring per soccorrerlo, il che dimostrerebbe che erano essi stessi consapevoli della finzione.
A mio avviso nessuno dei suddetti elementi risulta essere pienamente convincente, per i motivi che mi appresto a spiegare.
Sicuri che sia solo spalla?
La visione attenta di tutte le immagini disponibili, rallentate in maniera opportuna, non fornisce affatto la certezza che il pugno di Jurk non abbia coinvolto il volto di Castillo, limitandosi a colpire la spalla come sostenuto da alcuni utenti sul web. Al contrario, rivedere il colpo da tutte le angolazioni produce la sensazione opposta. In questo fermo immagine potete osservare che il guantone di Jurk, nella sua traiettoria, passa sopra la spalla sinistra di Castillo, impattando lateralmente su una zona compresa tra gola e mandibola:

Il video ripreso dalla telecamera posta alle spalle di Castillo, che abbiamo mostrato ieri sulla nostra pagina Facebook (clicca qui per vederlo), rende ancora più dubbiosa e improbabile l’ipotesi del “pugno sulla spalla”, anche perché mostra lo sguardo perso nel vuoto del colombiano durante la caduta.
Il ben noto effetto ritardato dei colpi da KO
Chi sostiene che in caso di KO autentico Castillo avrebbe dovuto perdere i sensi nell’istante dell’impatto, o che non avrebbe mai e poi mai allungato un braccio per cercare il sostegno delle corde mentre precipitava, dimostra di non aver visto un sufficiente numero di incontri di pugilato per esprimersi sull’argomento.
È ben noto infatti che i colpi al volto che impattano sul sistema nervoso possono manifestare i loro effetti con qualche secondo di ritardo rispetto al momento in cui vanno a segno. La storia della boxe è piena di situazioni in cui un pugile cade “a scoppio ritardato” (si pensi a Trevor Berbick messo KO da Mike Tyson) e di situazioni in cui un pugile, reso incosciente da un pugno, continua a compiere gesti istintivi (si pensi a Simon Brown messo KO da Vincent Pettway).
L’affetto dei secondi non è garantito
Anche le osservazioni di chi si dice sicuro che i secondi di Castillo sarebbero saliti senz’altro sul ring con celerità se la salute del pugile colombiano fosse stata realmente a repentaglio denotano una scarsa conoscenza di alcune dinamiche del pugilato professionistico, in particolare quelle che riguardano i cosiddetti “collaudatori”.
Essi sono pugili privi di prospettive, “perdenti di professione”, interessati esclusivamente alle borse necessarie per arrivare a fine mese e non è affatto raro, soprattutto quando provengono da Paesi lontani, che arrivino sul luogo del match completamente privi di un team. Mi è capitato personalmente di assistere a riunioni organizzate in Italia in cui a un maestro locale veniva chiesto il favore di stare all’angolo del pugile sudamericano, africano o asiatico di turno.
Non ho elementi per affermare con certezza che Castillo si trovasse in tale condizione. Ma non darei affatto per scontato che il suo rapporto con il ragazzo che venerdì sera indossava la felpa con la scritta “USA”, salito sul ring per sincerarsi del suo status con considerevole ritardo, sia di lunga data o che sia improntato su una profonda amicizia.
Un arbitraggio da dimenticare
Assodato che nessuna delle motivazione addotte dai cospirazionisti consente di concludere con ragionevole certezza che Edwin Castillo si sia reso protagonista di una simulazione, l’operato del signor Marian Gavrila, arbitro dell’incontro, appare assolutamente indifendibile.
Gavrila, dopo aver visto il pugile colombiano immobile al tappeto con gli occhi sgranati, avrebbe dovuto interrompere il conteggio immediatamente e sollecitare in modo energico l’ingresso sul ring del personale medico. Altrettanto celermente avrebbe dovuto rimuovere il paradenti dalla bocca di Castillo per prevenire il rischio di soffocamento.
Le sue azioni sono parse al contrario incentrate sul più totale pressappochismo. Gavrila contava inutilmente un uomo incapace di muoversi; poi gli voltava le spalle come se al termine del conteggio badargli non fosse più affar suo; poi gli sovveniva in mente, bontà sua, di dovergli togliere il paradenti…
Nel nostro post di sabato abbiamo scritto che Gavrila non dovrebbe più arbitrare e oggi, a mente fredda, lo ribadiamo con la massima convinzione. Il pugilato professionistico è uno sport pericoloso ed è fondamentale, al fine di minimizzare i rischi, che chi ha il dovere di far applicare le regole segua i protocolli e sia provvisto di buon senso.
